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FINANZA/ La rivoluzione di Draghi mette nel mirino le banche

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L’operazione trasparenza sarà senz’altro la più imponente e ambiziosa della storia finanziaria mondiale. Nel 2009 la Fed passò ai raggi X 19 istituti Usa. La Bce dovrà esaminarne 130. La Fed disponeva di uno staff collaudato, strutture radicate in un secolo di storia, leggi e regole comuni per tutti. La Bce sta arruolando in questi giorni i mille ispettori, la metà in arrivo dalle varie banche centrali. Dovrà, con l’apporto dell’americana Oliver Wyman, inventarsi una metodologia e un’organizzazione comune, con l’obiettivo di affidare l’ispezione delle banche di un Paese a squadre miste di tecnici in arrivo dal altri paesi. Dovrà, come già sta facendo, individuare regole e metodi comuni, innovando in taluni casi prassi e teorie consolidate. Il tutto per portare a compimento, un processo in tre parti. Ovvero:

1) un Supervisory Risk Assessment, volto a definire il profilo di rischio dell’istituto sotto gli aspetti liquidità, leva e finanziamento.

2) una Asset Quality Review, volta a determinare la qualità degli attivi, armonizzando la classificazione dei non performing loans e misurando l’esposizione ai sovereigns.

3) uno Stress test, volto a valutare la capacità degli istituti di assorbire gli shock negativi.

L’esaminato, per superare le tre materie del test, dovrà disporre di una soglia minima di capitale pari all’8% (Tier 1). Tutto chiaro? Niente affatto!

Questa percentuale andrà calcolata in base ai nuovi pesi dati agli asset dalla Asset Quality Review che non sono ancora noti. In particolare, non si è ancora deciso come valutare in futuro i sovereigns, cioè Bot, Btp o i Bonos spagnoli, piuttosto che in Bund tedeschi. Oggi una banca che investe nel debito pubblico dell’area euro non è tenuta a fare accantonamenti a fronte di questi investimenti giudicati a rischio zero. Ma la realtà di questi anni ha dimostrato che il rischio esiste. Eccome. Anzi, incombe come una spada di Damocle sul sistema bancario italiano che, sotto la regia di Banca d’Italia, sta sottoponendo a una verifica severa gli impieghi senza tirarsi indietro di fronte alla crescita geometrica di incagli e sofferenze, nonostante un trattamento fiscale punitivo rispetto ai concorrenti. Ma questo sforzo, così come l’impegno a ricapitalizzare che ha svenato le fondazioni azioniste di Intesa e Unicredit (altre, vedi Mps, hanno dovuto abbassare la guardia), perde importanza di fronte al nodo dei titoli di Stato: 400 miliardi che giacciono nei forzieri dei nostri istituti. Come calcolarli? Quali accantonamenti saranno necessari per convincere le altre banche e/o gli investitori che il sistema italiano gode di buona salute? I conti sono presto fatti: accantonamenti pari al 5% equivalgono a un’iniezione di 20 miliardi.

Le banche, in realtà, hanno in pancia mezzi sufficienti per far fronte a questo impegno. Il discorso si fa più delicato, però, a fronte dell’esame sullo stress test. Che accadrà ai bilanci bancari se l’economia italiana, invece di tornare a crescere, continuerà a perder colpi come ormai capita da troppi anni? L’impegno teorico massimo, secondo il Fondo monetario internazionale, è di 125 miliardi. Una cifra limite, ma di cui si dovrà tener conto. Anche perché, problema dei problemi, va ancora definito nel dettaglio chi dovrà pagare per rafforzare le banche o riparare gli eventuali “buchi”.