BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

FINANZA/ Altro che miracolo, i numeri della Spagna fanno tremare Europa (e Italia)

Secondo il report di Citigroup, sarà ancora recessione nei prossimi anni per Italia, Portogallo e Spagna. MAURO BOTTARELLI mette in evidenza i limiti delle politiche economiche europee

Fotolia Fotolia

Ora, prima di snocciolare cifre e contenuti, una precisazione importante. È vero, il report di cui sto per parlarvi è stato preparato da Citigroup, quindi una banca americana, ma il team che lo ha elaborato è guidato da un europeista convinto come Willem Buiter, uno che parla di Stati Uniti d’Europa, e composto da analisti quasi per la totalità provenienti da paesi europei. Quindi, lasciate pure perdere la retorica anti-anglosassone. Bene, cosa ci dice Citi? Che l’Italia tornerà in uno stato di recessione semi-permanente, con la crescita nel 2014 dello 0,1%, a 0% nel 2015 e a 0,2% nel 2016. In compenso, la dinamica del debito continuerà a peggiorare, raggiungendo il 140% del Pil, ovvero oltre la soglia di non ritorno per una nazione senza crescita economica e senza una moneta sovrana da utilizzare come leva svalutativa. «Non ci aspettiamo che la ratio del debito pubblico conoscerà un trend al ribasso nel prossimi anni e abbiamo il sospetto che una qualche forma di ristrutturazione del debito (allungamento delle scadenze o riduzione dei coupons) potrebbe essere posta in atto», scrivono gli analisti nel report.

E sempre ieri a mettere i carico da novanta e confermare i miei timori, espressi in più di un articolo recentemente, ci ha pensato Moody’s, a detta della quale «l’esame della Bce sulle banche europee avrà un impatto negativo per gli istituti italiani con indici di capitale deboli. Il requisito di un common equity Tier1 all’8%, parametro minimo fissato per la nuova fase di valutazione della solidità delle 128 banche europee, è negativo per le banche italiane con una bassa qualità degli asset o vicine/al di sotto di questa soglia». Nel rapporto l’agenzia ha citato Mps, Bpm, Carige, Banco Popolare e Creval, tutti istituti per cui sarà difficile far fronte alla necessità di capitale con risorse private. Per questo, a detta dell’agenzia di rating che non ne ha azzeccata una che fosse una negli ultimi cinque anni, aumentano le probabilità di un intervento pubblico e di un fallimento ordinato con perdite per i detentori dei bond junior, ovvero i creditori ai quali sarà chiesto un contributo. Cosa vi ho detto, la guerra tra banche è solo all’inizio.

Ma torniamo a Citi e al suo report, in base al quale non va meglio al Portogallo, la cui crescita nei prossimi tre anni sarà rispettivamente dello 0,6%, 0% e 1%, con la ratio debito/Pil destinata a salire al 149% entro il 2015 e il tasso di disoccupazione al 18,3%. Per gli analisti, «data la contrazione fiscale che ancora dovrà essere scontata, il deleveraging del settore privato già in atto e le bassissime stime di crescita del Pil nominale, nutriamo forti dubbi sulla sostenibilità del debito portoghese. Un secondo piano di salvataggio completo rimane un rischio molto chiaro in caso di un deterioramento del sentiment di mercato. Riteniamo improbabile una ristrutturazione in stile greco nel futuro prossimo, ma rimane possibile la ristrutturazione di alcune liabilities governative contingenti». Ma passiamo alla Grecia, il fiore all’occhiello delle politiche di austerity della troika.