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Economia e Finanza

FIDUCIA & RIPRESA/ Biagi e Volkswagen gli "alleati" di Letta

Enrico Letta (Infophoto)Enrico Letta (Infophoto)

Il presidente del Consiglio ha detto che le troverà tagliando le uscite. Non ha specificato quali. Ogni volta che la litania sulla riduzione della spesa pubblica deve diventare proposta concreta si finisce per balbettare. L’amara verità è che le spese in rapporto al Pil si sono ridotte, anche se non di molto, solo nei due anni in cui sono scattati i tagli lineari decisi da Giulio Tremonti. Una scure dolorosa, talvolta iniqua, ma efficace. La spending review rispolverata dal governo Monti non ha dato i frutti sperati. Non parliamo poi di mettere mano alla spesa decentrata, fonte non solo di perdite, ma di andamenti per lo più fuori controllo. Vedremo cosa verrà fuori dalla legge di stabilità. Quanto all’altra formula magica, la lotta all’evasione fiscale, chi ha i capelli bianchi ne sente parlare da quando aveva i calzoni corti.

Ma c’è una questione che resta appesa come la spada di Damocle sulla testa di ogni governo: la riforma del mercato del lavoro. Chi legge i documenti, le lettere, le ramanzine, le reprimende dell’Ue, della Bce, del Fmi, delle agenzie di rating, non può non notare che è una costante. Non l’ha fatta il governo Berlusconi prima della crisi, non l’ha fatta Prodi ostaggio, poi sacrificato, della sinistra radicale. Non vi ha messo mano il nuovo Berlusconi perché nel frattempo è scoppiata la crisi e ha giudicato che la priorità era concedere la cassa integrazione. Ci ha riprovato in parte Monti, ma è rimasto anche lui intrappolato dai veti dei sindacati e dall’ostilità confindustriale mascherata da prudenza. Eppure, proprio questa è la chiave di volta per recuperare la fiducia dei mercati e ridare slancio all’economia.

Negli anni scorsi un’obiezione, fondata, veniva soprattutto dal mondo sindacale: aumentare la mobilità in uscita e la flessibilità dei salari in piena recessione significa moltiplicare i disoccupati e ridurre le buste paga senza ottenere nulla in cambio. Adesso che si registra un nuovo clima di fiducia nelle imprese, ora che le esportazioni tornano a tirare e s’affaccia un barlume di ripresa, ebbene è il momento giusto per mettere mano alla riforma. Facciamo una commissione Hartz (magari affidandola all’equivalente italiano di Peter Hartz, già capo della Volkswagen, che sarebbe Sergio Marchionne?) o riprendiamo le fila delle molte proposte che giacciono in Parlamento. Del resto, la tanto esaltata riforma tedesca del 2003 segue le linee tracciate in Italia da Marco Biagi. Con in più la disponibilità dei sindacati non solo a legare i salari alla produttività, ma a ridurli per salvare, in cambio, i posti di lavoro, com’è emerso dagli accordi nei grandi gruppi a cominciare da quello Volkswagen.

Quanto ai giovani, servirà molto più che incentivi fiscali per assunzioni a tempo indeterminato. Il dibattito è aperto ovunque. Uno studio della Georgetown University, ad esempio, suggerisce di favorire l’intreccio scuola-lavoro, sostenere la flessibilità e consentire agli individui di guadagnare mentre si studia. Insomma, occorre una strategia di ampia portata collegata alla riforma degli ammortizzatori sociali e del welfare.