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FIDUCIA & RIPRESA/ Biagi e Volkswagen gli "alleati" di Letta

Pubblicazione:giovedì 3 ottobre 2013 - Ultimo aggiornamento:giovedì 3 ottobre 2013, 21.25

Enrico Letta (Infophoto) Enrico Letta (Infophoto)

Adesso Enrico Letta non ha più alibi, deve rimboccarsi le maniche, lui e i suoi ministri, e fare quello che ha promesso davanti al Parlamento: ridurre le spese e le imposte, mantenere sotto controllo i conti pubblici, cambiare la legge elettorale e (tema che resta sullo sfondo, ma diventa in realtà prioritario) riformare il mercato del lavoro. Compito arduo, perché i nodi da sciogliere sono molto ingarbugliati e perché la maggioranza a disposizione è ampia solo sulla carta.

Letta esce vincitore dallo psicodramma politico. Ci saranno tuttavia altri sussulti, far passare indenne una legge di bilancio decentemente riformatrice sarà durissimo, le tensioni istituzionali restano così come le ferite provocate dalle baruffe nei confronti del Presidente della Repubblica. Il Pd ha perso la speranza di liberarsi di Silvio Berlusconi il quale, alla fine, ha seguito il suo istinto, scegliendo di non farsi tagliare fuori. Detto questo, il governo può avere di fronte oltre un anno di tempo, fino alla conclusione della presidenza italiana dell’Unione europea. Non molto, però basta per segnare quella svolta che finora non c’è stata. Lo ha ammesso lo stesso Letta nel discorso alla Camera, parlando di “una spinta in più”. “Ci attendiamo dall’Italia stabilità e riforme”, ha sottolineato ieri Mario Draghi. La stabilità per ora c’è, tocca alle riforme.

Il presidente del Consiglio ha promesso la crescita: un punto di Pil nel 2014, ha detto. Vasto programma e non è certo sufficiente a ridurre la disoccupazione salita a livelli record. Recuperare il terreno perduto sarà davvero difficile. Nel suo ultimo rapporto il Cer (Centro Europa ricerche) mette a confronto la produzione industriale nelle tre peggiori crisi italiane del dopoguerra: quella del 1975, quella del 1993 e quella attuale. Nel primo caso, l’indice ha impiegato meno di due anni per tornare sopra il livello iniziale; nel secondo ce ne sono voluti quattro; ora sono passati sei anni e l’indice è del 23% inferiore al 2007. Allungando la prospettiva storica, secondo il Cer bisogna tornare alla depressione del 1929-1935 e alla crisi del 1866-1871 per trovare qualcosa di equivalente.

Se è così, l’euro è in parte assolto dai suoi peccati. È vero che negli anni ‘70 e negli anni ‘90 la svalutazione della lira ha aiutato la ripresa, ma precedentemente abbiamo avuto il cambio forzoso come conseguenza del crac post-unitario e una lira sopravalutata dopo quota 90 negli anni ‘30. Dunque, manovrare la moneta resta uno strumento importante che oggi l’Italia non ha (tutt’al più può contribuire a svalutare l’euro), ma non è a senso unico e non è sufficiente. La variabile fondamentale per un Paese aperto e dipendente dal commercio mondiale come siamo sempre stati è la competitività che dipende dal fattore lavoro prima che dal cambio, e lo dimostrano tutti gli storici dell’economia delle scuole più diverse.

Letta si è impegnato a mantenere il deficit pubblico sotto il 3% e a ridurre le imposte sul lavoro (il famoso cuneo fiscale). Come? Aspettiamo che Fabrizio Saccomanni dia i nuovi numeri. Quelli resi noti l’altro ieri mostrano un fabbisogno del settore statale aumentato a 75 miliardi da gennaio a settembre, con una dinamica peggiore rispetto al 2012, conseguenza dei pagamenti dei debiti della Pubblica amministrazione, più l’accelerazione dei rimborsi fiscali e gli interessi sui titoli del debito pubblico. Si spera che le entrate vadano meglio nei prossimi mesi, ma per non sforare occorre un’impennata oggi del tutto irrealistica. Dunque, le risorse non ci sono.


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