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SPY FINANZA/ Draghi dalla Bce al Quirinale: solo fantascienza?

Mario Draghi (Infophoto) Mario Draghi (Infophoto)

Ovvero, ancora una volta il debito italiano doveva pagare un premio di rischio sui mercati rispetto a quello iberico: segnale chiaro anche ai litiganti romani, oltre che ennesima sfida di Mario Draghi verso il rigorismo tedesco. Ieri, all’ora di pranzo, scontavamo 15 punti di spread, la metà di quella del giorno precedente: sintomo chiaro che la crisi politica pesava, ma anche che il giorno prima qualcuno aveva goduto di un “aiutino”. E non era stato un caso. Proprio martedì mattina, il capo della Bundesbank, Jens Weidmann, aveva inviato un siluro verso il governatore della Bce, ovviamente a mezzo stampa, ovviamente a mezzo Financial Times, ovviamente il giorno prima del Consiglio direttivo. Netta l’accusa: il livello di debito governativo presente nei bilanci delle banche sta salendo troppo, occorre una nuova regolamentazione. Weidmann non ha usato mezze misure, né parole misurate: ha parlato di «abbraccio mortale» tra istituti di credito e detenzioni di debito sovrano di paesi che hanno bisogno di essere salvati che «deve essere rotto». Per Weidmann, infatti, «invece di tagliare le loro detenzioni obbligazionarie sovrane, le banche dell’eurozona le hanno aumentate dall’inizio della crisi».

L’attuale regolamentazione, per Weidmann, rende «molto attraente» per le banche l’investimento in bond governativi, soprattutto quelli delle loro nazioni di provenienza: per questo, ricorda il numero uno della Buba, «il debito sovrano ormai pesa per il 5,3% degli assets bancari totali dell’eurozona, un aumento di un terzo rispetto al livello di cinque anni fa. È giunto il tempo di dare una risposta regolatoria al trattamento delle esposizioni sovrane. Senza questa, non vedo una via possibile per rompere il nesso tra banche e obbligazioni governative». Insomma, un siluro chiaro contro l’ipotesi di una nuova asta di rifinanziamento Ltro entro la fine dell’anno che molti analisti vedevano ormai come un qualcosa di inderogabile per riuscire a comprimere ancora un po’ gli spread e, soprattutto, cercare di riattivare il meccanismo di trasmissione del credito nell’eurozona, esattamente il messaggio mandato ieri da Draghi in conferenza stampa.

A oggi, sinceramente, occorre ammettere che le due precedenti aste - per un controvalore di circa 1 triliardo di euro - sono servite unicamente per il sostegno dei debiti dei paesi periferici e la Bundesbank si fa forte di questa anomalia, ricordando a ogni piè sospinto che non è nel mandato della Bce acquistare debito direttamente. Inoltre, per Weidmann l’attrattività del carry-trade garantito dai soldi a basso costo della Bce tende a vedere le banche più vulnerabili divenire le più esposte al debito sovrano, perché attratte dal funding potenzialmente risk-free e molto remunerativo del trading su obbligazioni governative. Non solo, per Weidmann ampie detenzioni di debito portano con sé una propensione alla riduzione del rischio da parte delle banche, ovvero una minor inclinazione al credito, quasi la detenzione a riserva divenga una strategia di hedging e il carry-trade una sorta di palliativo per evitare aumenti di capitale o deleverage. Per Weidmann, in gioco ci sono «il principio di responsabilità individuale degli istituti di credito, anche perché i tassi di interessi attuali non riflettono più la rischiosità di questo tipo di investimenti». Per il capo della Buba, la risposta è sempre la stessa: «Intervenire sulle liabilities contingenti dei governi abbasserà il rischio di investimento nei debiti sovrani e anche gli spread di questi ultimi».