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Economia e Finanza

I NUMERI/ La povertà degli italiani che il Pil non sa vedere

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Mettiamo anche che il Pil riprenda a crescere dello 0,1%; se il gioco d’azzardo continuerà a proliferare, se le imprese che producono alta tecnologia continueranno a delocalizzare, o se le poche rimaste non saranno in grado di dare lavoro, non sarà cambiato nulla. Il problema, a dire il vero, è che non possiamo continuare a ritenere il Pil uno strumento decisivo per definire lo stato di salute di un sistema economico-sociale.

 

Lei che indicatori suggerisce?

L’occupazione, la povertà delle famiglie, la distribuzione del reddito o il livello di educazione.

 

Cosa dovrebbe fare la politica?

Dare, anzitutto, segnali di maggiore concordia. La competizione politica ha senso se si parte da una base di valori condivisi orientati al bene comune. Le poche risorse a disposizione, inoltre andrebbero destinate alle imprese e allo sblocco del credito da parte delle banche. In questa fase, inoltre, dovrebbe chiedere all’Europa tre o quattro anni di sospensione dell’austerità, per poter compiere investimenti massicci nel campo della scuola, delle infrastrutture e dei servizi all’impresa.

 

Torneremo mai ai livelli di benessere precedente alla crisi?

A livello di consumi, direi di no. Il benessere complessivo, invece, potrebbe aumentare se torneremo a quelle dimensioni che prescindono dal mercato, come i territori, le comunità o l’impegno civile. 

 

(Paolo Nessi)

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