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FINANZA/ I fondi Usa sono pronti a "mangiarsi" la Grecia

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«Il governo greco si dimostri davvero pro-business. L’economia ellenica sta migliorando e di questo fatto certamente beneficerà il settore bancario», ha dichiarato Paulson al Financial Times, confermando che il suo fondo, Paulson&Co, ha notevoli posizioni azionarie all’interno sia di Piraeus che di Alpha Bank, i due istituti che stanno emergendo in condizioni migliori dalla crisi: «Entrambe le banche sono ben capitalizzate e sono destinate a riprendersi in fretta, anche grazie a un buon management». Calcolando che Paulson, da sempre, ha sposato la linea Cuccia, ovvero non parlare quasi mai in pubblico, queste dichiarazioni assumono ancora più valore. Significa che l’operazione è già fatta, sostanzialmente è già andata in porto. Basti vedere l’elenco di fondi speculativi già ben posizionati nel sistema bancario greco: Baupost, Eaglevale, Dromeus Capital, Falcon Edge, York Capital e Och-Ziff, oltre a fondi unicamente orientati su posizioni long come Wellington Capital Group e Fidelity.

Ora, qui non si tratta di fare gli anti-mercatisti, ci mancherebbe altro: un fondo speculativo, lo dice la parola stessa, non crea nulla se non ricchezza per sé e i suoi clienti. È sacrosanto, è una legge di mercato che se intravede un’opportunità legale di fare soldi in fretta e in grande quantità un gestore di hedge fund abbia l’obbligo verso i sui investitori di tentare quella strada. Diverso, però, è l’atteggiamento delle banche greche e del governo di Atene, i quali hanno degli obblighi verso i cittadini europei che con le loro tasse hanno fatto in modo che banche come Piraeus e Alpha venissero salvate per la collottola e tramutate nuovamente in soggetti operativi capaci di creare un profitto. Tanto da scatenare gli appetiti degli hedge funds statunitensi.

Il 75% di quanto ricevuto da Atene negli anni è stato utilizzato per il settore bancario ed è altrettanto vero che quei soldi sono serviti al servizio del debito in larga parte, ovvero a ripagare i creditori internazionali detentori di bonds, tra cui anche alcuni governi Ue, tutto vero. Il problema è che qui vengono messi non in secondo ma in ventesimo piano da un lato i diritti dei cittadini greci, i quali al netto delle belle speranze del governo stanno vivendo una crisi drammatica con tassi di disoccupazione spaventosi e dall’altro quelli dei contribuenti europei, i quali non sono detentori di bonds ristrutturati greci ma hanno visto le loro vite flagellate da continui aumenti di tasse per finanziare il Fondo salva-Stati che ha aiutato le banche greche, tra l’altro.

Degli 80 miliardi di nuovo debito creato in Italia quest’anno, 29 sono andati a questa finalità: soldi nostri che ora potrebbero divenire il balsamo salvifico di banche che faranno la gioia di fondi speculativi con sede a Manhattan, gente nemmeno sfiorata dalla crisi greca, se non per scommesse minime anche in quel caso puramente speculative. Non è un caso che sia solo il settore bancario quello che interessa i fondi Usa, visto che le privatizzazioni vanno a dir poco a rilento e Alexander Medvedev, ceo di Gazprom Export, ha detto chiaro e tondo che entrare nel mercato greco acquistando all’asta l’ente nazionale del gas è una scommessa troppo rischiosa. Certo, le banche greche ora hanno nuovi management, non quelli responsabili per i disastri combinati negli anni pre-crisi, ma la questione resta: a differenza di Spagna e Irlanda, Atene ha pagato un prezzo altissimo per il combinato folle politica-banche, la prima che truccava i conti, le seconde che compravano debito con il badile, salvo poi rischiare la bancarotta quando si è reso necessario il piano di ristrutturazione con tanto di haircut.



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