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FINANZA/ La Germania "festeggia" sulle ceneri dell’Europa

Il 1° novembre del 1993 entrava in vigore il Trattato di Maastricht. Oggi l’Europa vive un momento molto difficile, specialmente per i paesi del Sud. L’analisi di UGO BERTONE

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Forse è un caso. Oppure c’è del metodo nella scelta del Tesoro americano di citare proprio adesso esplicitamente la Germania nel rapporto semestrale al Congresso sulla “manipolazione dei mercati”, un documento che in questi anni ha avuto la sola funzione di puntare l’indice contro la Cina, rea di indebolire a bella posta lo yuan per favorire l’export. Invece, alla vigilia del compleanno del trattato di Maastricht, Washington, a sorpresa, ha attaccato frontalmente le politica economica che Berlino, nei fatti, impone all’eurozona mettendo a rischio la stabilità dell’area e, di riflesso, gli equilibri che la finanza internazionale cerca faticosamente di recuperare dopo la lunga crisi. Perché questo attacco? E perché in questo momento?

Per tentare una risposta possiamo partire da un ripasso del trattato di Maastricht. Tre sono i parametri fissati all’inizio degli anni Novanta a Maastricht (in vigore dal 1° novembre 1993) per garantire armonia e stabilità nella nascente unione monetaria, rafforzarti nel 2007 a Lisbona e sanciti nel 2012 (con il patto di bilancio europeo, meglio noto come Fiscal compact). I vincoli più importanti sono: 1) il rapporto debito/Pil che non deve esondare oltre la soglia del 60%; 2) il rapporto deficit/Pil che dall’attuale tetto del 3% deve mirare al pareggio (come previsto dalla modifica dell’articolo 81 della Costituzione); 3) l’obiettivo, su cui deve vigilare la Banca centrale europea, di tenere a bada l’inflazione entro e non oltre il 2%.

Quest’ultimo obiettivo, ahimè, è ampiamente sotto controllo. Anzi. Dai numeri di ieri risulta che in Italia l’aumento dei prezzi a ottobre è stato pari allo 0,7%, come non capitava dal momento più buio della recessione del 2009. Ma non è una bella notizia. Anche perché, a inizio ottobre, si sa, è aumentata l’Iva tra le tante proteste di chi scommetteva su un’impennata dell’inflazione a conferma che sono in molti a non aver ancora capito che il vero pericolo è quello opposto, la caduta verticale dei prezzi. Listini sempre più bassi convincono le famiglie a rinviare gli acquisti (“perché cambiare macchina adesso se tra un anno me la venderanno a meno?”) e a risparmiare, per paura, sempre di più. Salvo poi andare a caccia degli investimenti meno rischiosi e redditizi: la logica del materasso, insomma.

Così si crea “la trappola della liquidità”: nessuna impresa prende a prestito denaro perché non trova occasioni redditizie per investire. I giapponesi conoscono bene questa situazione. Dal 1990 il Paese vive con un tasso di inflazione vicino a zero o anche sotto ma, nonostante una spesa pubblica enorme, l’economia non riparte. Per questo Tokyo ha cambiato rotta: stampare moneta e metterla in tasca alla gente perché ritorni a spendere, è la parola d’ordine. E il cambio? Vada giù, così si esporterà e si lavorerà di più. L’Europa, invece, continua a seguire la ricetta opposta.