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FINANZA/ Le regole che ci hanno reso "prigionieri" dell'euro

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Eppure, in questo quadro disperante, qualcosa di grosso si sta muovendo. Proprio il giorno in cui il Santo Padre consacrava il mondo alla Madonna di Fatima, domenica 13 ottobre, a Roma si svolgeva il meeting dal titolo “Uscita dalla crisi”, organizzato dall’associazione Reimpresa. Ho già accennato a questo evento in un articolo passato, sottolineando come nell’occasione siano convenute diverse associazioni che perseguono un tentativo di unirsi per trovare soluzioni e azioni unitarie, per fronteggiare questa crisi od offrire soluzioni per questo scopo.

Allo stesso tempo, da un interessante articolo di Antonio Socci, sappiamo che a Norcia si è svolto l’annuale convegno dal titolo “A Cesare e a Dio”, nel quale quest’anno si è avuta una singolare convergenza tra schieramenti storicamente e culturalmente opposti (uno schieramento laico cristiano e l’altro laico non cristiano), proprio in considerazione del fatto che politicamente (parole dell’onorevole Quagliarello) “abbiamo un ventennio da recuperare, un ventennio in cui abbiamo operato reciprocamente una caricatura delle due parti che si sono contese e in questo quadro […] la politica ha perso qualsiasi possibilità di dirigere i fatti e le classi dirigenti sono diventate classi in realtà dirette, classi dirette dagli avvenimenti. [...] Il lavoro da fare è la capacità di tracciare una agenda” e occorre tornare a un momento fondativo e unitivo, per affrontare le nuove sfide della modernità e della crisi attuale in modo unitario e risolutivo.

Socci giustamente sottolinea la novità e la rilevanza culturale di questo evento, anche perché l’alternativa è una storia che purtroppo abbiamo visto troppe volte in Italia, una storia che l’onorevole Bondi ha recentemente chiamato “una forma di guerra civile”. Ma c’è un aspetto, non rilevato da Socci (almeno nel suo articolo), che mi rende perplesso. Quel convegno si è concluso con un appello al governo e ai partiti: cioè culturalmente non si riesce a uscire dall’idea che la soluzione della crisi (culturale prima che economica) sia politica.

Questo aspetto mi pare ancora oggi veramente incredibile: come gli attori principali della politica non si rendano conto del fatto che la loro capacità decisionale è stata di fatto svuotata dalle regole, dalle convenzioni e dai trattati da loro stessi sottoscritti. Tale problema, comunque percepito, viene ridotto a una questione culturale e non a una questione fattuale dipendente dai vincoli che loro stessi si sono dati. Pretendono di fare politica economica, ma non si rendono conto che senza autorità monetaria essa è di fatto impedita. Pretendono il pareggio di bilancio per i conti dello Stato (tanto da introdurlo nella Costituzione, in un delirio di onnipotenza di poter comandare all’algebra), ma non si rendono conto che senza autorità monetaria (e possibilità di stampare moneta senza chiederla in prestito) è impossibile.


COMMENTI
10/11/2013 - Bravi tedeschi (Giovanni Passali)

Più bravi di noi i tedeschi? Si, più bravi a introdurre i minijobs, cioè lavori sottopagati a 400 euro al mese senza contributi (così si sono procurati manodopera cinese in casa); e più bravi a non rispettare i trattati senza subire sanzioni, mentre a noi imponevano le regole o commissionavano sanzioni. Inoltre sono tanto bravi che l'austerity che hanno imposto in Europa sta facendo vacillare anche la loro economia, ormai ridotta al lumicino, perché anche da loro i consumi interni sono da depressione. Il loro modello di economia non funziona e non può funzionare, tanto vale uscire dall'euro.

 
10/11/2013 - commento (francesco taddei)

io credo che più che cattivoni i tedeschi siano stati più bravi di noi sia a sfruttare le potenzialità dell'euro sia a ristrutturarsi internamente in modo da essere competitivi.