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FINANZA/ La bomba dei prezzi pronta a far saltare l'Italia

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Naturalmente bisogna fare dei distinguo: il contributo maggiore alla frenata è venuto dall’energia e non solo in Italia, ma nell’intera area euro, per una serie di motivi strutturali ai quali non sono aliene le fonti alternative sovvenzionate dai governi. Non solo, anche le telecomunicazioni, grazie alla guerra dei prezzi, fanno registrare brusche cadute. Dunque, abbiamo il combinato disposto di una crisi energetica che riduce i costi di produzione nelle imprese manifatturiere e di una deflazione benefica per gli utenti telefonici, dovuta alla concorrenza. Anche al netto di questi fattori, però, il dato generale resta negativo, peggiore per i beni strumentali che per quelli di consumo. Insomma, cifre e tendenze lasciano pochi dubbi: ci siamo e c’è da aver paura.

Se i prezzi scendono si riduce anche la convenienza a produrre e vendere. E se, come sempre avviene, vanno verso il basso le retribuzioni, allora diminuisce pure la domanda di beni di consumo. Non cala, invece, il costo del debito. Anzi, in termini reali diventa più pesante. La discesa generalizzata dei prezzi colpisce anche il processo di smaltimento dei debiti per le imprese e le famiglie (il deleveraging dell’intera economia), premessa per il ritorno a una crescita solida e sana di medio periodo. Ecco perché la deflazione può avere l’effetto di una bomba atomica in Grecia, Italia, Portogallo, Irlanda, i Gipi, i quattro paesi con un debito pubblico superiore al 100% del Pil. Ma attenzione, nessuno verrà risparmiato dall’onda d’urto.

Gli Stati Uniti hanno sperimentato un andamento negativo dei prezzi al consumo nel marzo del 2009 e non accadeva dal 1955. Immediatamente, la Federal Reserve ha lanciato il primo piano di Quantitative easing (espansione monetaria attraverso l’acquisto di titoli di Stato e titoli agganciati ai mutui subprime). Già alla fine dello stesso anno l’inflazione è ripartita, avvicinandosi al 2% per poi sfiorare il 4% l’anno successivo. Oggi è scesa all’1,2%, nonostante una montagna di soldi riversati sui mercati con tre piani di Qe (il terzo ancora in corso). La liquidità è finita soprattutto a Wall Street anziché in Main Street, cioè è stata attirata ancora una vota dal grande gioco azionario anziché alimentare la produzione e il consumo. Dunque, un rischio esiste anche negli Stati Uniti. E ciò la dice lunga sui limiti di una politica monetaria coraggiosa, ai limiti dell’azzardo, come quella americana.

Se non si spezza il circolo perverso, non c’è crescita sostenibile. Ieri la Banca d’Italia ha diffuso il suo rapporto sulla stabilità finanziaria e sostiene che la ripresa è (ancora) dietro l’angolo. Si parla dei molti fattori di rischio, più o meno i soliti (debito pubblico, incertezza, timori del futuro, bassa competitività). Ma forse bisognerebbe dire a chiare lettere che oggi il pericolo maggiore per il breve periodo viene proprio dalla deflazione, con tutto quel che ne consegue. Per sconfiggerla non c’è altra strada che ampliare la domanda interna. Una mossa chiave, forse davvero il primo passo da compiere, è l’aumento dei salari compressi oltre ogni limite tollerabile nell’intera Ue, compresa la Germania, dove è in corso il braccio di ferro tra Cdu-Csu e Spd sull’introduzione di una retribuzione minima di 8,5 euro l’ora.


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COMMENTI
13/11/2013 - Ci manca solo il botto dei prezzi. (claudia mazzola)

Il mio vicino di attività, piccolo bar trattoria, ha ricevuto il Tares, ben 2.600,00 €. Roba da matti. Ditemi voi come si fa a campare e lavorare così, siamo arrabbiati ma non disperati!