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ALITALIA/ Il "poker" di Air France smaschera il "bluff" dei soci italiani

Pubblicazione:sabato 16 novembre 2013

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Non entro nel merito. È noto che i Capitani coraggiosi facciano, semplicemente, i propri interessi, e che questi non coincidano con quelli dell’azienda. Ma se questo, in parte, è comprensibile, non lo è il fatto che lo Stato continui a intervenire con i soldi nostri. Oltretutto, in maniera così irrazionale: l’unico intervento plausibile doveva essere quello concertato con il solo acquirente serio, ovvero Air France.

 

A questo punto, cosa resta da fare?

Se la quota di Air France si svaluta, è evidente che esistono ben poche alternative: o gli azionisti italiani intendono restare all’interno della compagnia, aumentando significativamente la propria quota, e hanno in tasca i soldi per affrontare un’operazione del genere; oppure, continuano a mantenere la quota attuale e fanno entrare degli azionisti stranieri, evidentemente extraeuropei (essendo gli unici interessati).  

 

Crede che quest’ultima ipotesi sia realmente praticabile?

Tutto è praticabile. Il problema resta sempre lo stesso: gli azionisti non europei non potranno salire oltre il 49% dell’azienda. Le norme comunitarie, infatti, prevedono che se la maggioranza di una compagnia aerea è detenuta da capitali stranieri, non può essere considerata un vettore europeo e, di conseguenza, perde una serie di diritti e privilegi nei confronti di paesi quali gli Stati Uniti, con i quali l’Ue ha siglato l’accordo Open Skies per regolare i flussi aerei transatlantici.

 

Il piano di rilancio delle rotte di lungo raggio si potrà mai concretizzare?

Di certo, Alitalia, con i soldi degli azionisti italiani, non ce la può fare. 

 

(Paolo Nessi)



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