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BILANCIO UE/ La Bce può salvarci dal diktat della Germania

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Usciremo da questa condizione e salveremo l’euro se, anzitutto, la politica monetaria della Bce non si limiterà più all’abbassamento dei tassi, iniziativa di per sé inefficace, ma acquisterà titoli direttamente sul mercato aperto, mettendo, quindi, dei soldi nelle tasche dei cittadini. Questo, attualmente, non può farlo, perché i trattati europei lo impediscono. Ebbene, che si cambino i trattati. Se non farà questo, continueremo a subire i costi sociali della globalizzazione, e a non intascare i dividendi monetari.

 

Ci spieghi.

Il costo sociale consiste nella concorrenza tra i paesi avanzati, dove i lavoratori sono sindacalizzati e ben pagati, e i paesi in cui i lavoratori sono sottopagati. Tale circostanza determina una tensione che induce fenomeni quali le delocalizzazioni, con la conseguente erosione del nostro sistema produttivo e, di conseguenza, del pil. Ebbene, questo costo può essere controbilanciato da un effetto positivo della globalizzazione, come Stati Uniti e Giappone hanno imparato a fare: oggi, è possibile incassare un dividendo monetario perché stampare moneta non ha più gli effetti inflattivi di una volta.

 

Perché no?

Le aziende che producono in Italia e sono in concorrenza con i paesi emergenti non possono di certo alzare i prezzi a piacimento; inoltre, stampare moneta è funzionale a ricostruire quella base monetaria che, tipicamente, si erode in seguito alle grandi crisi bancarie. C’è, infine, un’ultima riforma necessaria per ottimizzare le precedenti.

 

Quale?

Non ha senso che la Banca d’Italia disponga di 131 miliardi di euro di riserve accumulate negli anni semplicemente trasferendo al governo una quota delle rendite del signoraggio inferiore a quella degli altri Paesi. Queste risorse si potrebbero usare, come ha proposto Quadrio Curzio, come fondo di garanzia per l’emissione di eurobond. Per far questo, sarebbe sufficiente sanare l’anomalia che vede Bankitalia, un istituto pubblico che si occupa di cose pubbliche, di proprietà di azionisti privati, per lo più grandi banche. Dovrebbe, quindi, diventare di proprietà dello Stato.

 

(Paolo Nessi)

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