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FINANZA/ Così l'Italia può "mandare al diavolo" l'Europa (e la crisi)

Pubblicazione:giovedì 21 novembre 2013 - Ultimo aggiornamento:giovedì 21 novembre 2013, 8.31

Enrico Letta (Infophoto) Enrico Letta (Infophoto)

Ogni trimestre, dice l’Istat, vengono assunte 500 mila persone a tempo indeterminato e oltre un milione e mezzo con vari contratti a termine. Le esportazioni stanno riprendendo. Le imprese, dopo aver svuotato i magazzini, riaccendono le macchine. Tutto questo, però, non basta a mettere in moto una vera ripresa. L’Ocse ha gelato il governo e prevede l’anno prossimo una crescita dello 0,6%, persino inferiore allo 0,7% dell’Istat. Siamo in pieno errore statistico, con conseguenze gravissime.

La legge delle cifre è implacabile. Il quadro delineato al momento del Fiscal compact era il seguente: l’Italia ha un debito del 120% rispetto al Pil, se il prodotto lordo cresce di tre punti in termini nominali (2% i prezzi, 1% lo sviluppo reale), il debito comincia a scendere da solo. Purtroppo tutti i parametri sono saltati. Il debito è al 133%, e la crescita inferiore a tre. Per far diminuire il debito, allora bisogna recuperare altri punti di Pil con nuovi tagli che fanno scendere il prodotto lordo e salire la quota di indebitamento. Siamo al circolo vizioso.

Ed è con questo bilancio in mano che Letta si presenta davanti alla Merkel. Le buone intenzioni scambiate ieri sera con Hollande restano nella dimensione vaga e cangiante delle parole. La Francia è debole e non può far nulla: ha ottenuto dall’Ue tempo prezioso per sistemare il proprio bilancio e non è certo in grado di alzare la voce, ammesso che lo voglia fare. Gli interessi forti della nazione spingono ancora verso l’altra sponda del Reno anziché verso il versante sud delle Alpi.

Dunque, tutto terribilmente scontato? Eppure in un quadro così desolante, dentro un’Europa in stagnazione (la stessa crescita tedesca è troppo modesta per il suo stesso potenziale industriale), sale l’esigenza di qualcosa di nuovo. I governi non sono in grado di fare nulla, quindi la palla resta nel campo della Bce. Se non ci fossero state le banche centrali con i loro 4.700 miliardi di dollari iniettati nel sistema dal 2007 a oggi (tre volte il prodotto lordo annuo dell’Italia) sarebbe già arrivata la depressione. In alcuni paesi (Grecia, Spagna, ma i sintomi ci sono anche in Italia) si profila lo spettro della deflazione che deprime ancor più gli investimenti e lo sviluppo.

È tempo di dare un’altra spinta. Marc Carey, il canadese alla guida della Banca d’Inghilterra ha annunciato che terrà i tassi a livelli eccezionalmente bassi finché la disoccupazione non sarà al 7%. La Fed ha scelto il 6,5%, ma entrambe hanno come obiettivo la crescita di posti di lavoro. E Janet Yellen non cambierà linea rispetto a Ben Bernanke. La Bce non arriva a tanto, tuttavia Mario Draghi ha ridotto gli interessi allo 0,25% contro il parere della Bundesbank e della banca centrale olandese.

Il prossimo passo adesso è il tasso negativo in termini reali. Non basta e bisognerà passare dal finanziamento delle banche a quello diretto alle imprese e alle famiglie. La Fed ha cominciato e ha dato una spinta al mercato immobiliare. La Bce aveva lanciato l’idea di prestare i soldi alle piccole e medie imprese, lasciata poi cadere anche per l’opposizione della Germania. Ma ci sono alternative alla moneta dall’elicottero? È la teoria enunciata da Milton Friedman e realizzata in parte da Bernanke. L’ha rilanciata in Inghilterra Adair Turner, capo dell’agenzia di controllo sulla finanza. E se ne è fatto interprete un commentatore economico autorevole come Anatole Kaletsky (prima al Financial Times ora a Reuters) il quale ha scritto: se invece di acquistare 85 miliardi di bond, la Fed avesse distribuito 270 dollari al mese a ogni cittadino americano, lo stimolo del Qe (Quantitative easing) sarebbe stato ben più efficace.


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