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FINANZA/ Così l'Italia può "mandare al diavolo" l'Europa (e la crisi)

Pubblicazione:giovedì 21 novembre 2013 - Ultimo aggiornamento:giovedì 21 novembre 2013, 8.31

Enrico Letta (Infophoto) Enrico Letta (Infophoto)

Gli scontri al centro di Roma con i No Tav e le maschere di Guy Fawkes hanno coperto il vertice tra Enrico Letta e François Hollande che, Torino-Lione a parte, doveva servire a tracciare quella linea comune che il governo italiano va da tempo cercando, una sponda per bilanciare l’egemonia tedesca nella politica economica europea (non in quella estera dalla quale Berlino si ritrae). “Italia e Francia vogliono lavorare insieme perché la prossima legislatura sia quella della crescita”, ha detto Letta. Domani incontra Angela Merkel e spera di non sentirsi rivolgere le solite prediche. Al contrario, vorrebbe strapparle qualche impegno, almeno a parole, su occupazione e crescita.

La speranza che si possa creare un asse di sinistra tra Pd, Partito socialista francese e Socialdemocrazia tedesca, sul quale far leva per “andare oltre l’austerità”, è svanita. È vero, la Spd riuscirà a inserire nel programma della Grosse Koalition il salario minimo e alcune misure per ridurre una frattura sociale che cresce anche in Germania. Ma sono pannicelli caldi. I socialdemocratici sono in ritirata sui fronti principali: no agli eurobond, no a mettere in comune il debito sotto qualsiasi forma, no anche alla proposta dei cinque saggi tedeschi di creare un fondo di riscatto nel quale far confluire la quota di debito pubblico superiore al 60%. Non tira, del resto, aria federale in un’Europa che ha respinto anche l’ipotesi di far nascere una sola Iva. L’imposta sul valore aggiunto sarà diversa, decideranno i singoli stati i quali, sotto l’etichetta dell’“armonizzazione”, si faranno concorrenza fiscale.

L’Europa si rinazionalizza, un processo che va avanti dalla crisi del 2008, con alti e bassi. E adesso siamo in un momento decisamente basso. Nella zona euro, la moneta unica diventa sempre più un paniere perché in realtà ci sono molti euro: quello del nord e quello del sud, quello tedesco e quello italiano. Gli investimenti che stanno tornando nel vecchio continente vanno verso l’euro tedesco che dà interessi più bassi, ma sicuri. E, per quanto riguarda le attività produttive, garantisce tassi di profitto non elevati, ma solidi. Del resto, basta guardare i flussi dei capitali che accompagnano quelli delle merci. L’Unione europea ha messo nel mirino la Germania per eccesso di surplus nella bilancia con l’estero. Ma oltre alle merci, c’è lo squilibrio dello spread.

Letta si presenta a Berlino bacchettato duramente dalla Commissione Ue. La legge di stabilità non ha convinto Olli Rehn, il commissario economico. E per la verità non ha convinto nessuno nemmeno in Italia. Una volta tanto la maggior parte degli osservatori non ha rilanciato le solite critiche contro i ciechi eurocrati; al contrario, è stato il governo a prendersela con i ragionieri di Bruxelles. Ma il fatto è che la manovra di bilancio fa acqua da tutte le parti. È modesta, incerta, minimalista. Si può fare di più e meglio. C’è grasso da tagliare nella spesa corrente. Si può quanto meno non aggravare le imposte. Si può, soprattutto, presentare un’agenda per la crescita che prevede di metter mano alle riforme finora schivate a cominciare da quella del mercato del lavoro. Tanto più che ci sono qua e là alcuni segnali di movimento.


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