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FINANZA E POLITICA/ Telecom, Generali, Mediobanca e il "divorzio" che serve all’Italia

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Tanta fiducia è motivata dai precedenti. Un anno fa, quando si trattò di scegliere la lista di Assogestioni per il cda e il collegio sindacale da proporre per i vertici di Intesa, la banca (allora presieduta da Beltratti) sollevò il veto nei confronti di un professionista “sgradito”, Vincenzo Coviello. L’associazione rilevò che il candidato rispondeva ai criteri di indipendenza e di onorabilità previsti, ma Eurizon (società del gruppo, oggi presieduta da Beltratti che ha ceduto il posto in banca a Gian Maria Gros-Pietro) riuscì a far saltare la nomina. Una decisione da cui si dissociarono i gestori internazionali, rappresentati da International Shareholders Service e da Glenn Lewis, che per protesta disertarono il voto.

Insomma, non solo Telecom. Non è certo per caso che Mario Draghi, appena insediato in Banca d’Italia, dedicò il suo primo intervento pubblico alla necessità che le sgr, in buona parte controllate dal sistema bancario, diventassero indipendenti. Da allora Draghi è tornato sul tema più volte, con sempre maggiore decisione. Ma le banche hanno fatto muro. Un po’ per la difficoltà di trovare compratori, molto per la ritrosia a perdere il controllo di una leva importante per la regia del sistema. Oggi, dopo la scelta un po’ per necessità, un po’ per scelta di accelerare la fine dei patti di sindacato, la questione torna di estrema attualità.

La sensazione che, contro le proprie finalità dichiarate, tante, troppe decisioni dei gestori siano “eteroguidate” da interessi di gruppo di sistema è forte. Quasi che i fondi (basti citare il precedente di Parmalat) altro non siano in caso di necessità un braccio armato del sistema bancario o poco meno. Eppure, in giro per l’Europa e negli Usa il mondo dell’asset management ha ormai divorziato dalle proprietà bancarie di un tempo e rappresenta una forza autonoma, capace di recitare un ruolo a tutto campo.

Ormai da una decina d’anni, per fare un esempio, l’asset management di Allianz (che ha, tra l’altro, la maggioranza del colosso del mercato monetario, l’americana Pimco) ha abbandonato la missione di far da cane da guardia per il controllo di Continental o Bosch per abbracciare la missione di fare utili, operando nella finanza globale a caccia di occasioni che si traducano in guadagni per i clienti (che così reinvestono i propri risparmi).

È la strategia che, con qualche fatica, Mario Greco sta adottando per le Generali o Alberto Nagel per Mediobanca. Strategie che, però, spesso vanno a cozzare, come nel caso di Telecom, con le scelte del passato. Ma l’interesse immediato non deve frenare un divorzio di sistema che è ormai urgente: la Banca d’Italia, nell’anno degli stress test e dei necessari apporti di capitale alle banche, deve imporre un colpo d’acceleratore a un divorzio che i signori del credito hanno ritardato colpevolmente di almeno un lustro. Salvo poi piangere che in Italia mancano gli investitori istituzionali. 



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