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PRIVATIZZAZIONI/ Sapelli: la tecnocrazia europea vuole "svenderci"

Pubblicazione:sabato 23 novembre 2013

Paolo Scaroni (Infophoto) Paolo Scaroni (Infophoto)

Privatizzare la rete ferroviaria è impossibile, si potrebbero piuttosto vendere le Grandi stazioni. Per quanto riguarda Poste Italiane, avrebbe senso privatizzarle a condizione di trasformarle in un grande gruppo di logistica. In questo momento però manca un disegno industriale, e lo documenta il fatto che sono un’entità ibrida a metà tra le poste e una banca.

 

E quindi?

Parlare di privatizzazioni in questo momento è soltanto una concessione al pensiero dominante che ha distrutto la crescita del nostro Paese. Gli effetti delle privatizzazioni negli anni ‘90 sono stati la spartizione di un bottino e l’indebolimento del nostro settore industriale.

 

Le privatizzazioni attuate dal governo Letta sono sufficienti per ridurre il debito pubblico?

Cercare di fare passare un’idea di questo tipo è soltanto una presa in giro. L’Italia ha un debito pubblico da 2mila miliardi, e 12 miliardi non sono certo sufficienti a cambiare le cose. I dividendi di queste imprese partecipate dallo Stato sono molto più utili a ridurre gli squilibri di bilancio. Mi domando come si possa credere a una manovra illusionistica come quella che sta facendo il governo.

 

Per quale motivo il suo giudizio è così duro?

Enrico Letta ha delle pesanti responsabilità storiche, perché è stato lui insieme a Pier Luigi Bersani ad attuare la liberalizzazione dell’energia elettrica e del gas, in modo errato anche dal punto di vista tecnico. Il premier ora si trova costretto a privatizzare perché da un lato è messo sotto pressione da parte di Saccomanni, che non risponde agli interessi dell’Italia ma a quelli della tecnocrazia europea. Letta non ha la forza, né il coraggio di battersi per cambiare la linea europea in politica economica, che sta producendo effetti suicidi. Non a caso Francia e Germania, che si rifiutano di applicare i diktat europei, stanno subendo una decrescita meno pesante rispetto al nostro Paese.

 

(Pietro Vernizzi)



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