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PRIVATIZZAZIONI/ Pomicino: la scelta di Letta salva l'italianità

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Enrico Letta  Enrico Letta

“Le privatizzazioni attuate dal governo Letta producono entrate di bilancio senza perdere il controllo di aziende strategiche che è fondamentale che rimangano italiane. Il governo non è caduto quindi negli stessi errori di chi ha privatizzato negli ultimi 15 anni”. Ad affermarlo è Paolo Cirino Pomicino, ex ministro della Funzione Pubblica e del Bilancio sotto i governi De Mita e Andreotti. La mossa del premier Letta ha suscitato voci dissonanti. Per alcuni cede quote di aziende fondamentali come Eni senza risolvere i problemi di bilancio, per altri va nella giusta direzione di un’economia di mercato.

 

Pomicino, lei come valuta questa decisione del governo Letta?

Il processo di privatizzazioni messo in piedi da Letta ha una qualità del tutto diversa da quello attuato nell’ultimo quindicennio. Non cede né le aziende né il loro controllo, bensì quote azionarie che possono produrre utili. Ciò avviene senza perdere il controllo della cosiddetta italianità che non è un capriccio autarchico, bensì l’esigenza di mantenere nelle mani del capitalismo italiano e del settore pubblico alcuni asset importanti che peraltro danno dividendi.

 

A che cosa si riferisce quando parla degli errori commessi negli ultimi 15 anni?

Nel decennio scorso le privatizzazioni hanno determinato l’uscita del Paese da tutti i settori a tecnologia avanzata. Ne sono un esempio la farmaceutica, le telecomunicazioni, l’avionica, la chimica. La scelta di Letta al contrario è saggia. Nel caso dell’Eni costringe i vertici dell’azienda a fare un buy-back, cioè a comprare altre azioni, e poi a metterle sul mercato ottenendo un introito straordinario dalla vendita. Mi sembra una scelta diversa dal passato, ed è un modo intelligente per difendersi dalla colonizzazione avvenuta negli anni ’90 e a cavallo dei primi anni del terzo millennio.

 

Questa cessione del 3% prelude a vendite di quote più imponenti?

Ritengo un po’ ridicolo che chi oggi critica la vendita del 3% sia stato zitto quando si è venduto il 70%. L’Eni è strategica non solo sul piano dell’approvvigionamento energetico e finanziario, ma anche della politica estera in cui il cane a sei zampe era uno strumento di non poco conto.

 

Bastano 12 miliardi per ridurre il debito pubblico?



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