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IUC/ Bortolussi (Cgia): sulla casa una tassa (forse) meno peggiore dell’Imu

Se il governo riuscirà a mantenere alcune sostanziali modifiche, spiega GIUSEPPE BORTOLUSSI, la nuova imposizione sugli immobili potrebbe rivelarsi leggermente meno afflittivi dell’Imu

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IMPOSTA UNICA COMUNALE, LA NUOVA TASSA SULLA CASA Probabilmente, faranno in tempo a cambiarla un’altra volta. Per ora, l’ironia si spreca e, in molti, hanno fatto notare che l’ennesima denominazione del tributo sugli immobili sembra il verso che fa Pippo: Iuc. Sempre meglio di Tuc, come era stata inizialmente battezzata. In vigore, in teoria, dal 2014 sostituirà l’Imu e la Trise. I proprietari di immobili (sono escluse le prima case, i terreni agricoli e i fabbricati rurali) dovranno versare annualmente un’aliquota pari, al massimo, all'8,1 per mille delle rendite catastali dei loro possedimenti. Tutti gli utilizzatori degli immobili, inoltre, dovranno pagare l’1,5 per mille. L’aliquota viene maggiorata dell’1 per mille se l’utilizzatore è anche proprietario (ma tale maggiorazione, anche in tal caso, non è prevista per le prima case, i terreni agricoli e i fabbricati rurali). Abbiamo fatto il punto sulla situazione con Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre.


Hanno nuovamente modificato l’imposta sugli immobili.

Già, la prossima la chiameranno ”Gulp!”… Vede, siccome la tassazione sugli immobili, in Italia, è un tabù, pensano che cambiandone il nome cambi la sostanza. La verità, invece, è che se uno straniero venisse in Italia e chiedesse ragguagli in merito, ci prenderebbe per matti.

 

Ci spieghi.

Per capirci, dobbiamo fare la cronistoria dell’evoluzione dell’imposta: fino al 2013, in alcune zone del Paese era in vigore la Tariffa di igiene ambientale (Tia), in altre la Tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (Tarsu). Dal 2013, è entrata in vigore la Tares, che ha sostituito le precedenti, introducendo il metodo di pagamento a piè di lista. Ovvero, basandosi sulle voci di spesa effettivamente sostenute e documentate.

 

Quindi?

Il servizio viene pagato tanto quanto è costato all’erogatore. A prescindere dal fatto che sia pregevole o pessimo. Se è vero che, in Italia, al versamento dei tributi non corrispondono mai servizi adeguati, è il modello stesso del pagamento a piè di lista che imporrebbe la differenziazione delle tariffe in base alla qualità della prestazione. A un servizio di fascia A dovrebbe corrispondere un pagamento del medesimo livello, e via dicendo. Con il meccanismo introdotto, invece, era stato sancito per legge il fatto che il cittadino dovesse pagare le disfunzioni.

 

Continuiamo.