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FINANZA/ Il futuro di Letta, senza Silvio e l'aiuto dell'Europa

Enrico Letta (Infophoto) Enrico Letta (Infophoto)

“Adesso faremo le riforme”, ha annunciato ieri Letta. Bene, ma quali? Tempo, denari e numeri sono risorse scarse. E la maggioranza parlamentare non garantisce che ci sia una maggioranza nel Paese. Angelino Alfano promette un nuovo patto di programma dopo l’8 dicembre. Allora, però, Matteo Renzi avrà in mano il Pd e allo stato attuale non si capisce se vuole forzare i tempi e capitalizzare la “rottamazione”, oppure se ubbidirà a Napolitano sostenendo Letta. Forza Italia si è lanciata in una lunga campagna elettorale; in attesa di vedere se avrà fiato per un anno e passa, è certo che farà un bel po’ di rumore fuori e dentro il Parlamento, pronta a cercare alleanze “innaturali” pur di mettere in difficoltà il governo.

Enrico il temporeggiatore dovrà, dunque, cambiare tattica e puntare su poche riforme ben mirate. La prima è quella elettorale. È l’unica operazione politico-istituzionale che possa fare; per la giustizia non ci sono le condizioni in Parlamento (e anche quando Berlusconi aveva una maggioranza schiacciante non ha fatto nulla, la lobby dei magistrati è troppo potente). Incombe del resto la sentenza della Corte costituzionale: se boccia il “porcellum”, si tratta di correre subito ai ripari, ma in ogni caso è chairo che il sistema attuale non può più reggere.

Le altre riforme riguardano l’economia. Napolitano ha condizionato l’esistenza stessa del governo Letta al cambiamento della legge con la quale si vota. L’Unione europea lo ha vincolato al taglio della spesa pubblica, al rilancio dell’economia e al cambiamento del mercato del lavoro. Esiste un consenso su questi quattro pilastri della sopravvivenza? Francamente, allo stato attuale non si sa. Ma sta a Letta esercitare la sua leadership fino in fondo e con una forza maggiore rispetto a quella mostrata finora.

Una volta chiarito che dall’Europa non c’è da attendersi nessuna svolta e solo pochi aiuti, bisogna contare sulle proprie forze, capitalizzare questo straccio di ripresa per rafforzare le aziende esportatrici (ci sono molti mezzi a costo pubblico minimo se non zero), rivedere il carico fiscale con quella operazione di riequilibrio a favore del lavoro finora mancata, dare più forza a una spending review che nasce di nuovo all’insegna dei comitati di studio anziché delle forbici. Il tutto va accompagnato da una profonda ristrutturazione del settore dei servizi, vera palla al piede del Paese, che passa inevitabilmente attraverso un cambiamento profondo degli ammortizzatori sociali (non si può estendere ancora la cassa integrazione in deroga) e delle norme contrattuali. Non si attirano capitali, ma non si portano nemmeno turisti senza sciogliere il nodo gordiano.