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FINANZA/ Il futuro di Letta, senza Silvio e l'aiuto dell'Europa

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Enrico Letta (Infophoto)  Enrico Letta (Infophoto)

Il governo è più spostato a sinistra, però se sarà ostaggio dei ricatti corporativi, a cominciare da quelli sindacali, è destinato a fallire. Al contrario, può realizzare quel che la destra non è in grado di fare senza scatenare la rivolta sociale, seguendo autorevoli esempi come Tony Blair in Inghilterra, Göran Persson in Svezia, Gerhard Schröder in Germania, tutti uomini di sinistra che hanno riformato con il consenso. Il costo pagato personalmente è nettamente inferiore al beneficio per i loro paesi.

Letta lo sa e a parole si ispira a leader che ha apprezzato e sostenuto quando non aveva in mano il bastone del comando. Sottolinea, però, che loro hanno goduto di stabilità politica (Blair e Persson addirittura due mandati), senza la quale non si può governare. Ha ragione. Lui ha poco più di un anno e proprio per questo deve accelerare la riforma elettorale, creando così le basi per una prossima legislatura stabile e fissando la rotta anche per la maggioranza ventura. L’accordo possibile tra forze politiche tutte abbastanza piccole da voler tutelare se stesse non potrà essere ottimale. Ma il meglio, in questo caso più che mai, è contrario del buono. Si può salvare un certo grado di proporzionalità e nello stesso tempo garantire maggioranze solide e governabilità.

Questo resta un governo di transizione, tutti lo sanno e guardano infatti alla fine del passaggio; è un ponte tibetano, ma non può essere un ponte verso il nulla.

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