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Economia e Finanza

FINANZA/ Il futuro di Letta, senza Silvio e l'aiuto dell'Europa

Due eventi nei giorni scorsi hanno fatto chiarezza nella situazione politica italiana. Ora per Letta si tratta di puntare su poche riforme ben mirate. L’analisi di STEFANO CINGOLANI

Enrico Letta (Infophoto)Enrico Letta (Infophoto)

Due eventi nei giorni scorsi hanno fatto chiarezza nella situazione politica italiana. Lo ha detto lo stesso Enrico Letta, ma le cose non stanno esattamente come intende il presidente del Consiglio. Il primo è un fatto esterno: l’accordo per il governo raggiunto in Germania. Il secondo è interno: l’espulsione di Silvio Berlusconi dal Senato e l’uscita di Forza Italia dalla maggioranza. Larghe intese a Berlino, piccole intese a Roma.

Partiamo dalla politica tedesca non per sembrare originali, né per ossessione teutonica, ma perché quel che avviene tra il Reno e l’Elba è determinante. Ebbene, lo scambio faticosamente stipulato da Angela Merkel con i socialdemocratici si basa su due pilastri: no a mettere in comune i debiti pubblici in Europa, sì al salario minimo in Germania. C’è ancora un’incognita: la consultazione tra gli iscritti entro il 14 dicembre; ma la Spd ha venduto la primogenitura europeista per una manciata di euro, mollando la proposta con la quale si era presentata agli elettori, cioè la creazione di un fondo di riscatto del debito nel quale far confluire la quota superiore al 60% del Pil.

Naturalmente sa che la sua base preferisce i soldi contanti (anche se fra tre anni), perché l’idea di pagare per italiani, greci e spagnoli non piace né ai sindacati, né all’opinione pubblica di sinistra (escluse poche anime belle come Joschka Fischer). Ma le conseguenze di questa scelta vincolante non saranno poche. Vedremo intanto se uscirà la pluriannunciata sentenza di Karlsruhe sulla costituzionalità degli acquisti di titoli pubblici per salvare i governi. L’Alta corte è indipendente, ma non avventurista, quindi ha atteso che la situazione politica si chiarisse; però ormai ci siamo.

Una cosa è certa: diventa più difficile la navigazione futura del Letta bis (dobbiamo chiamarlo così non solo perché escono i sottosegretari di Forza Italia e restano i ministri del Nuovo centro destra, ma perché ha una maggioranza diversa). Il presidente del Consiglio ha detto che il governo sarà più forte anche in Europa perché perde la componente euro-scettica. Ma non è così. I suoi margini di manovra sono ristretti, Bruxelles sa che le basi di una Kleine Koalition sono precarie, Mario Draghi tace. Non pochi hanno notato il silenzio del presidente della Bce a proposito del “cammino di risanamento dell’Italia” che aveva più volte citato in passato.

Letta ha alcuni punti a suo favore, sia chiaro. Il primo è che difficilmente si andrà a votare prima della primavera 2015. In fondo, lo ha detto lo stesso Berlusconi ai suoi seguaci: “Tornerò a palazzo Chigi nel 2015”, scoprendo più o meno consapevolmente le carte. Il secondo punto è l’asse con Giorgio Napolitano, regista dell’intera fase politica cominciata nel novembre 2011. Con una metafora calcistica, si può affermare che il presidente della Repubblica è il Pirlo della situazione, ma il presidente del Consiglio è il Balotelli. Il primo gli ha lanciato numerosi assist, sta al secondo segnare.