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SPY FINANZA/ Il cambio che dal 1989 "frega" l'Italia

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C’è un profumo da primo lustro degli anni Ottanta nel più recente rapporto semestrale del Tesoro Usa sull’economia internazionale (di cui dubito che la versione integrale sia stata letta da numerosi, e frettolosi, commentatori economici italiani). Tale profumo sta nelle richieste (peraltro molto sfumate) che la Germania dia maggiore attenzione alla spesa per consumi e investimenti interni al fine di frenare un surplus dei conti con l’estero che sfiora il 7% del Pil (a titolo indicativo, quello della Cina è il 2% del Pil, quello dell’Italia lo 0,9% e quello degli Usa il -2,5%). Nel primo lustro degli anni Ottanta, critiche analoghe venivano rivolte, oltre che alla Germania, al Giappone, nazioni accusate di non svolgere il loro ruolo di “grande potenze” nel trainare l’economia mondiale.

Il 22 settembre 1985 si arrivò a un accordo chiamato il “Plaza Agreeement” - poiché concluso segretamente in una suite dell’Albergo Plaza di New York - tra cinque contraenti: Usa, Francia, Germania, Gran Bretagna, Giappone (l’Italia lo apprese dai giornali). In base all’accordo Washington si impegnava a intervenire nel mercato dei cambi per deprezzare il dollaro rispetto al marco e allo yen, mentre Germania e Giappone accettavano di adottare politiche espansioniste interne. Sappiamo ciò che avvenne: l’apprezzamento dello yen rispetto al dollaro fu una determinante della lunga recessione da cui l’Impero nipponico sta tentando di uscire adesso con l’Abenomics, mentre sullo scacchiere europeo l’unificazione tedesca portò a un forte aumento della spesa pubblica in Germania e a un’unione monetaria a tempi più accelerati di quanto desiderabile per giungere a un’intesa in linea con la teoria economica e con la situazione delle economie reali dell’Unione europea.

Claudio Borghi Aquilini su queste pagine ha correttamente argomentato che le critiche dell’Amministrazione Obama sono rivolte essenzialmente a un uditorio “interno” degli Stati Uniti: dare uno zuccherino agli esportatori americani che si sentono penalizzati da un tasso di cambio che, a loro avviso, agevola i tedeschi a conquistare quote di mercato dell’export mondiale. A questo argomento occorre aggiungere non solo che il testo del documento è molto più articolato di quanto non si colga nei resoconti apparsi sulla stampa italiana, e sullo stesso Financial Times, ma che il rapporto semestrale del Tesoro Usa, non tiene conto di quanto sta avvenendo a Berlino.



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