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FINANZA/ Il taglio di Draghi fa scappare gli investitori dall'Italia

Pubblicazione:venerdì 8 novembre 2013

Mario Draghi (Infophoto) Mario Draghi (Infophoto)

La Bce, a sorpresa, taglia i tassi di un quarto di punto ai minimi di sempre. Le Borse europee, sempre a sorpresa, dopo l’euforia iniziale precipitano in basso. Delle due l’una: o il mondo procede senza bussola oppure c’è del metodo dietro l’apparente follia. Innanzitutto, la notizia. La Banca centrale europea ha deciso di tagliare, a sorpresa, il tasso di rifinanziamento dell’Eurozona al nuovo minimo storico dello 0,25% “a causa dell’andamento dell’inflazione, scesa più del previsto in ottobre”. Draghi ha ribadito che la politica monetaria resterà accomodante anche in futuro e che la Bce è pronta a valutare tutti gli strumenti a disposizione. È stata prorogata, inoltre, la procedura a tasso fisso e con volume illimitato per le aste di rifinanziamento della Bce fino a inizio luglio 2015.

Una decisione forte, su cui a Francoforte si sono dichiarati tutti d’accordo, almeno nei contenuti. Anche se una parte dei 17 votanti avrebbe preferito attendere ancora un mese. Una decisione che, sul piano politico, dimostra che:

1) La Germania, intransigente a parole, è ormai assai più flessibile sul fronte delle decisioni concrete. Da Madrid a Parigi, ormai il vincolo del deficit al 3% sul Pil è più un obiettivo futuro che non un obbligo effettivo. Fa eccezione l’Italia, condizionata dalla mole formidabile del debito che continua a crescere nonostante massicce dosi di austerità: il dossier Italia non consente deroghe, insomma, almeno finché non si riuscirà a far ripartire la crescita. Per il resto, Berlino adotta ormai una doppia morale: da una parte ostenta rigidità di principi, dall’altra chiude un occhio e apre a una politica espansiva. È una tattica già ben presente nelle comunicazioni sulla prossima partita dell’Unione bancaria.

2) La situazione è nei fatti, assai più grave di quel che non si detto fino a poche settimane fa. La caduta dei prezzi nell’Eurozona è stata estremamente violenta nel corso dell’ultimo mese: la Grecia è finita in deflazione, il Portogallo quasi. La Spagna e l’Italia viaggiano sotto l’1%. Prezzi così compressi, in piccola parte per l’andamento delle importazioni energetiche, per lo più per la violenta contrazione dei consumi, sono una pesante ipoteca contro qualsiasi speranza di ripresa dell’economia. Ma il guasto più immediato è un altro. La deflazione è la malattia suprema dei debitori che non possono sperare che l’inflazione deprezzi il valore dei debiti. Ma i debitori supremi dell’eurozona sono gli Stati che, nelle attuali condizioni, rischiano di finire in una spirale senza fine. È stato calcolato da Natixiis che, agli attuali tassi di decrescita, l’Italia dovrebbe registrare un saldo positivo di sette punti sul fabbisogno statale solo per non far peggiorare l’attuale debito, pari al 133% circa (che non a caso peggiorerà pure l’anno prossimo). Per il Portogallo lo sforzo dovrebbe salire all’11,5% sul Pil, per la Grecia addirittura al 12,6%.


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