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FINANZA/ La telefonata che allunga la vita all’euro

Pubblicazione:domenica 1 dicembre 2013

I giudici della Corte Costituzionale tedesca (Infophoto) I giudici della Corte Costituzionale tedesca (Infophoto)

E difatti, l’ipotesi di un rinvio a quella Corte è senz’altro nel novero delle possibilità. Anzi, rappresentò l’argomento più insistito a difesa della Bce da parte di Schäuble, in rappresentanza del governo tedesco, davanti il Tribunale federale. Tuttavia l’aria che tirava alle “audizioni” del 12 e 13 giugno scorso non era esattamente quella. Il Presidente del Tribunale, Andreas Voßkuhle, ha da subito chiarito essere a suo avviso “compito del Tribunale decidere se la Bce eserciti competenze che non sono state trasferite a livello europeo o che, per ragioni di natura costituzionale, non potevano essere trasferite”. Se a ciò si aggiunge il significativo lasso di tempo ormai trascorso (troppo lungo per la decisione più semplice) e i precedenti dell’Alto Tribunale tedesco, tutti orientati a difendere le sue prerogative nei casi simili, il rinvio pare davvero ipotesi di scarsa probabilità.

Altrettanto presente nelle prime schermaglie è stato il dubbio di non potersi pronunciare su una ipotesi. In questo senso si era ad esempio espresso il Giudice Michael Gerhardt. La voce del Presidente non ha neanche in questo caso mancato di farsi sentire. Voßkuhle ha sovrapposto l’annuncio dell’intenzione della Bce di acquistare i titoli di Stato di paesi membri non appena ciò si rendesse necessario a un avviso del governo rivolto ai cittadini tedeschi che, in quanto tale, può violare i loro diritti fondamentali. Dietro il fioretto giuridico la sostanza che una pronuncia dopo l’inizio degli acquisti fosse tardiva e il danno ai contribuenti tedeschi già servito.

Questo dicono le cronache, ma non basta. Occorre dare risposte più profonde a queste domande. Perché leggerne le radici ci inoltra nel cuore dei problemi evolutivi dell’Unione di oggi. Nell’essenza delle sue attuali aporie nascenti dal suo originario disegno costruttivo che pone quelle linee evolutive, all’evidenza ormai, in un binario morto.

Il luogo figurato dove stare seduti e da cui guardare con qualche possibilità di capire lo stallo, di cui il rinvio è evidente ulteriore sintomo, è la collina della sovranità degli Stati. La Cee prima e ancora oggi l’Ue dopo il trattato di Lisbona, nascono e sono rette da un mandato di diritto internazionale che limita quella sovranità, ma di cui gli stessi Stati rimangono assoluti depositari. L’Unione non ha dato vita a un nuovo ordinamento originario che, per usare l’espressione icastica che si usa per gli stati, “superiorem non recognoscet”. Il suo cordone ombelicale che la lega ai paesi fondatori non è stato reciso per dare vita a uno stato federale.

Di fatto non stabilisce da sé le sue competenze (non ha la cosiddetta “Kompetenz-Kompetenz”) e ripete la sua sfera d’azione da quelle attribuzioni che gli sono date nei trattati. Questa semplice realtà i Giudici costituzionali tedeschi non si sono mai stancati di ricordarla a Bruxelles, per la verità in compagnia di molte Corte Costituzionali dei paesi membri, inclusa quella italiana. Negli ormai suoi numerosi pronunciamenti, la Suprema Corte tedesca ha sempre ribadito, fino allo sfiancamento, che gli Stati sono “Herren der verträge”, Padroni del contratto, e che dunque il Parlamento tedesco deve rimanere “Herr seiner entschlüsse”, Signore delle sue decisioni.


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