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Economia e Finanza

FINANZA/ La telefonata che allunga la vita all’euro

I giudici della Corte Costituzionale tedesca (Infophoto)I giudici della Corte Costituzionale tedesca (Infophoto)

In sostanza, da una parte il Parlamento deve prestare il proprio consenso a ogni modifica dell’originario mandato costituzionale che implichi un passaggio ulteriore nel processo di integrazione, dall’altra la Corte federale ha il potere di sorvegliare tale processo e di pronunciarsi su ogni atto che travalichi la Costituzione. In questa prospettiva, una violazione dell’art. 38 (1) della Grungesetz si può profilare qualora il Bundestag rinunci alle sue funzioni in materia fiscale. In quest’ambito, per i Giudici di Karlsruhe, non solo la Germania (come gli altri Stati membri) non sì è mai spogliata delle sue competenze, ma non sarebbe neanche possibile un “trasferimento su base indefinita delle scelte fondamentali in materia di bilancio”.

Siamo al cuore delle prerogative dello Stato tedesco, che non potrebbe proclamarsi invano “democratico” oltre che “federale” come fa all’art. 20 della sua Carta. E per la verità al cuore delle prerogative di ogni Stato moderno per il quale non è possibile alcuna imposizione fiscale senza legittimazione democratica. È il “No taxation without representation” dei coloni americani che ha plasmato tutte le carte fondamentali.

Dietro tutto ciò vi è però di più. Una corrente di pensiero giuridico ormai dominante in alcuni circoli tedeschi. L’idea che qualunque nozione di democrazia, al di là dell’orizzonte nazionale, è nel migliore dei casi semplice utopia, nel peggiore, un vero e proprio pericolo perché la mette a repentaglio, laddove ha radici più profonde e forti, negli stati nazionali. Perché ogni esercizio di diritti sovrani deve promanare dal popolo (“Staatsuolk”), la formazione della cui volontà politica postula l’esistenza di una forma di opinione pubblica che può svilupparsi solo attraverso il libero scambio delle idee e un processo continuo di interazione tra forze e interessi sociali. Oggi, tali condizioni esistono solo nell’ambito dello Stato nazionale ove il popolo può esprimersi e influire su ciò che lo riguarda su una base relativamente omogenea spiritualmente, socialmente e politicamente.

In termini più semplici, questa corrente di pensiero, la cui più raffinata espressione si rintraccia proprio nelle sentenze della Corte Costituzionale tedesca, ritiene che non esistendo un popolo europeo, dunque un dibattito pubblico europeo, non può esistere democrazia in Europa. Neanche se domani si dotasse il Parlamento di Strasburgo di pieni poteri d’indirizzo politico. Se le cose stanno così, chi parla di union bonds o di altre forme di collettivizzazione del debito, con conseguente possibilità che ad altri Stati del continente sia data una carta di credito con addebito sul conto corrente del contribuente tedesco, non sa di cosa parla. Dovrebbero passare sul cadavere della Corte Costituzionale tedesca. Di qui anche tutte le fatiche nel far progredire l’architettura finanziaria europea a iniziare dall’Unione bancaria che, come nel caso della gravidanza, è noto non si può fare a metà, o un pochino, e fatta per come deve essere (cioè, con un meccanismo genuinamente europeo di risoluzione delle crisi) apre le porte a potenziali perdite dei contribuenti tedeschi non controllate a priori dal Bundestag.

Ora, non è obbligatorio essere d’accordo con le visioni senza speranza dei Giudici tedeschi di un Europa che non è, e non sarà mai (non solo democratica). Anzi quelle visioni trasudano tutta l’ideologia del Volk metafisico che gode di “esistenza eterna” teorizzato da Savigny nel 1840, il cui lascito storico è stato il nazismo. I popoli, piuttosto, come più “laicamente” insegna Habermas (non inutilmente un grande tedesco) “emergono con le loro Costituzioni”, non le precedono. Perfino laddove l’ideologia ha cancellato le tracce del loro emergere da una congerie indistinta. Lo sappiamo bene noi italiani (forse ancora D’Azeglianamente in costruzione), ma anche grandi nazioni come gli Stati Uniti, prima del patto federativo un manipolo di coloni provenienti da paesi diversi, che parlavano in origine lingue diverse e appartenevano perfino a religioni diverse.