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FIDUCIA LETTA/ Tasse, lavoro e ripresa: il calendario che "blinda" il Governo

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Enrico Letta (Infophoto)  Enrico Letta (Infophoto)

È comprensibile che non tocchi a Letta indicare formule, tuttavia il suo auspicio è apparso debole, anche perché il maggioritario passa solo con il consenso di Silvio Berlusconi (ammesso che non cambi idea). Vedremo se Matteo Renzi farà il gesto di coinvolgere la nuova Forza Italia staccandola dalla febbre grillina che ha contagiato alcuni suoi esponenti di spicco. Per fortuna, Berlusconi ieri non si è fatto trascinare nella deriva forcaiola dei forconi. Magari sarebbe andato all’incontro con l’Audi presidenziale, così, invece che una protesta dei “figli della crisi” come li ha chiamati La Stampa, avrebbero messo su una sfilata di lussuose auto straniere.

Letta ha ribadito l’impegno a ridurre un debito che costa 90 miliardi l’anno (risorse gettate al vento, anzi regalate agli gnomi della finanza), destinando a questo scopo gran parte di quella dozzina di miliardi ricavati dalle dismissioni. Qui avrebbe dovuto essere più preciso sui tempi e le quantità. Sospendiamo il giudizio. Intrigante l’idea di aprire il capitale delle Poste e di altre imprese ai lavoratori, modello tedesco, anche se il rischio è di aumentare il livello di corporativismo di una società italiana che, al contrario, andrebbe sbloccata il più possibile.

Sul mercato del lavoro c’è l’impegno a riformare finalmente gli ammortizzatori sociali. Ma questo è il punto più debole del discorso di Letta, peggio che sull’Europa. Perché, anche se non ha detto nulla di concreto, almeno ha alzato i toni a proposito della politica europea: «Oggi tracciamo una linea netta, senza sfumature: di qua chi ama l’Europa, ne riconosce le contraddizioni e vuole riformarla ma sa che senza Ue ripiombiamo nel medioevo. Di là chi vuole bloccare l’Ue. Chiedo un mandato per un’Europa migliore, chi vuole isolare l’Italia, chi cerca consenso con il populismo non voti la fiducia». Il primo appuntamento è vicinissimo: il Consiglio europeo del 19 dicembre, fra poco più di una settimana. Vedremo che cosa può fare per un’Europa migliore e non isolare l’Italia.

Sul lavoro, invece, decisamente ci voleva più coraggio. Dal lato della creazione di nuovi posti, avrebbe potuto mettere in cantiere una serie di misure delle quali si parla già da tempo, anche all’interno del governo, accompagnate da un impegno a sbloccare il mercato immobiliare e l’edilizia che resta il volano della ripresa in ogni Paese (come si è visto negli Stati Uniti e nella stessa Germania). Sul funzionamento del mercato, ormai non è più eludibile porre all’ordine del giorno una revisione di norme vecchie e sorpassate che rappresentano una zavorra, a detta anche degli uomini di Matteo Renzi.

Il nuovo segretario del Pd ha evitato nelle sue prime apparizioni di entrare troppo nel merito, anche se non ha esitato a definire conservatrice la Cgil che si oppone a ogni modernizzazione. Tuttavia, Renzi ha fatto riferimento alle numerose ipotesi sul tavolo (tra le quali quelle di Boeri o di Ichino) e il suo guru economico Gutgeld ha lanciato l’idea di un contratto di lavoro stabile senza l’articolo 18, giurando che Renzi lo proporrà. Interessante, ma per vincere si dicono tante, troppe cose. Chissà se il leader del Pd ne ha parlato sia pur fugacemente con Letta nell’incontro durante il quale ha dato il viatico al governo.

Wait and see. Ma meglio non aspettare troppo, altrimenti perdiamo anche la prossima ripresa.



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COMMENTI
12/12/2013 - Il mio urgente esecutivo (claudia mazzola)

Dobbiamo spostare l'ufficio a casa perché non riusciamo più a sostenerne i costi fissi e le tasse accumulate ancora da pagare. Da un anno senza stipendi e lavoro a 50anni questa è la nostra ripresa!