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MANOVRA/ 1. Tasse ed Europa, ci si è dimenticati dei "potenti"

Secondo LUIGINO BRUNI, la legge di stabilità in procinto di essere approvata è caratterizzata, soprattutto sul fronte fiscale, dall’assoluta mancanza di coerenza e organicità

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Manca solo il sì del Senato, previsto per lunedì e, salvo clamorosi imprevisti (il governo, infatti, ha posto la questione di fiducia), la legge di stabilità è giunta al capolinea. Tra le principali misure introdotte, c’è il taglio del cuneo fiscale (ma di soli 2,5 miliardi di euro), l’introduzione della Iuc (imposta unica comunale), e l’applicazione, in via speriamentale, del reddito minimo di cittadinanza. Abbiamo chiesto a Luigino Bruni, docente di Economia Politica presso l’Università Bicocca di Milano, come valuta il provvedimento.


È quello di cui c’era bisogno?

Anzitutto, va fatta una premessa di fondo: fattori come la crisi, la globalizzazione, il condizionamento dei mercati e l’Europa fanno sì che il reale potere dei governi nazionali sia estremamente limitato. Spesso, la politica fa finta di non esserne consapevole. Ma sa bene di non aver più il timone della situazione. Buona parte delle sue operazioni, ormai, non sono altro che liturgie inutili. La recente manovra, in buona parte, va letta seconda questa chiave interpretativa.

 

Nel merito, cosa ne pensa del taglio al cuneo fiscale?

Tanto entusiasmo mi pare del tutto immotivato. Non solo l’entità dell’importo è piuttosto ridotta, ma già di per sé il taglio non è di certo ciò di cui le imprese hanno bisogno. È inutile abbassare un po’ di tasse, nella speranza che assumano, se il loro problema è riuscire a sopravvivere e a non licenziare i propri dipendenti.

 

Cosa serve, allora?

Tanto per cominciare, una sospensione di almeno due o tre anni dei vari vincoli europei, quali il Fiscal compact o il tetto del 3% nel rapporto deficit/Pil per poter così promuovere una massiccia opera pubblica di rilancio dell’occupazione. Ciò significa sfruttare al meglio i nostri beni pubblici. Non di certo privatizzando.

 

Perché no?

Perché il privato fa il proprio mestiere e se gli conviene spostare la produzione altrove, o tagliare il lavoro per preservare il profitto, non ci pensa due volte. Buona parte delle società privatizzate, quindi, sarebbero dovute rimanere pubbliche, ma per essere gestite in maniera intelligente ed efficiente e non, come è stato fatto, secondo un’ottica statalista. Questo, avrebbe garantito la redistribuzione del lavoro.

 

Cosa ci è rimasto di pubblico da utilizzare allo scopo?


COMMENTI
22/12/2013 - Impotenza e rassegnazione (Vittorio Cionini)

Ormai nessuno nutre alcun dubbio sulla totale incapacità del sistema di governo di risolvere i problemi della nazione. Ci hanno provato tutti da destra, da sinistra e dal centro riuscendo solo ad aggravare la situazione. Le fatue schermaglie di questi giorni attorno a provvedimenti centesimali presentati come scelte storiche stanno a dimostrare il senso di impotenza che ormai pervade la classe dirigente rassegnata a perdere potere e privilegi. Ma quello che mi sembra più grave è che il senso di impotenza e la rassegnazione hanno contagiato tutta la nazione. I cori stentorei dei forconi non fanno certo pensare a moti rivoluzionari ma solo a comparsate di gente esasperata che non sa con chi prendersela e soprattutto non sa cosa vuole. Gli imprenditori mollano tutto tanto ormai si è capito che in Italia non è tecnicamente possibile creare un posto di lavoro (dall'operaio al dirigente) per produrre qualcosa che sia possibile vendere in modo redditizio. Le eccezioni sono poche e non ce la fanno a reggere il fardello di una massa di nullafacenti che invocano solo diritti e sussidi. Purtroppo i decenni perduti nel degrado dell'istruzione, del senso del dovere, della correttezza e del vivere civile non si recuperano con decreti legge, formule elettorali e proclami roboanti. Ci vuole un colpo di reni ma,con l'età media che avanza, attenti al colpo della strega. Vittorio Cionini