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FINANZA/ Banche e spread, i numeri che possono "uccidere" l'italia

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In determinate condizioni il legame debito pubblico-banche può dunque risultare perverso, trasformandosi in un circolo vizioso che, oltre a ripercuotersi sull’economia del Paese, compromette la stessa efficacia della politica monetaria decisa dalla banca centrale, mettendo anche in dubbio la sua capacità di perseguire il fine ultimo della stabilità monetaria. Bisogna dunque interrompere al più presto questo legame: nell’immediato con misure straordinarie di politica monetaria, come si è fatto con le operazioni richiamate e, in una prospettiva durevole, con la costruzione dell’Unione bancaria.

Veniamo adesso al possesso di titoli del debito pubblico italiano da parte delle nostre banche; dalle ultime rilevazioni risulta che le banche italiane posseggono circa un quinto del debito totale, pari a oltre 400 miliardi di euro, cifra che corrisponde a poco più del 10% del loro attivo totale; le banche più esposte sono ovviamente le più grandi (Intesa, Unicredit e Monte dei Paschi); altre banche però, fra le 15 sottoposte all’Asset quality review, pur avendone di meno, registrano un’esposizione più rilevante rispetto sia al totale dell’attivo, sia al patrimonio. Nei confronti con gli altri paesi, le banche italiane risultano essere quelle più esposte: le banche spagnole hanno circa il 9%, quelle tedesche il 3,2% e quelle francesi il 2,2%.

Anche se in contrazione, il possesso di titoli pubblici da parte delle nostre banche rimane comunque molto elevato. Ciò è frutto anche del carry trade realizzato in seguito alle citate operazioni di rifinanziamento (indebitarsi all’1% e investire sui titoli pubblici che rendono almeno due punti in più), facilitato inoltre dalle oggettive difficoltà di accrescere l’esposizione al rischio nei confronti delle imprese: non dimentichiamo che le “sofferenze” (i crediti non esigibili) e, più in generale, i cosiddetti non performing loans, sono cresciuti a dismisura nel nostro sistema, con conseguente riduzione della redditività bancaria e contrazione della capacità di esporsi a nuovi rischi (anche se, come ci dice il Rapporto sulla stabilità finanziaria della Banca d’Italia, “se si applicasse alle banche italiane la definizione di credito deteriorato adottata dalle primarie banche europee […] il tasso di copertura del sistema bancario italiano risulterebbe molto più alto e mostrerebbe un andamento crescente negli ultimi tre anni”).

Volendo  a questo punto trarre le conclusioni mi pare evidente che non si possa neppure ipotizzare di poter far rivivere alle nostre banche l’esperienza dello stress test realizzato dall’Eba sul finire del 2011, quando, è bene ricordarlo, per il possesso di titoli dello Stato italiano, computati al valore di mercato in un periodo di forte deprezzamento causato da spread elevati,  le nostre banche hanno dovuto realizzare cospicue ricapitalizzazioni. Al contempo, il possesso di titoli tossici o la forte esposizione sui derivati, caratteristica delle principali banche nordeuropee, non è stato neppure preso in considerazione.


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COMMENTI
27/12/2013 - Il modello Cipro ci attende (Carlo Cerofolini)

Dovrebbe essere così per le banche italiane e per gli italiani che hanno già dato, svenandosi in favore soprattutto della Germania, ma – visto la classe politica e dirigente che abbiamo - sicuramente le cose andranno per il verso opposto e per noi si prospetterà molto probabilmente il modello Cipro.