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FINANZA/ Banche e spread, i numeri che possono "uccidere" l'italia

L'avvio dell'Unione bancaria prevede degli stress test sui principali istituti di credito europei. ROCCO CORIGLIANO ci spiega che rischi corre il nostro Paese da queste verifiche

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La costruzione dell’Unione bancaria, col recente accordo sul “Single Resolution Fund” (meccanismo unico europeo delle crisi bancarie) fa un altro significativo passo avanti; si tratta comunque di un accordo di massima, farraginoso nei meccanismi decisionali e, soprattutto, diluito su dieci anni per gli effetti finali! Ciò avviene dopo l’avvio della Vigilanza unificata per le prime 128 banche dell’eurozona, salutato con entusiasmo per l’avvio a soluzione del legame perverso “crisi del debito sovrano e situazioni bancarie”; man mano che si percepisce la portata delle singole fasi della complessa procedura avviata il mese scorso, vengono però a galla i problemi legati al possibile futuro esito degli stress test.

Ci si chiede infatti cosa potrà succedere alle banche italiane in funzione del peso che sarà assegnato al possesso di titoli di Stato, poiché è chiaro che dipenderà soprattutto da questa circostanza la richiesta o meno di un ulteriore adeguamento della dotazione patrimoniale. Procediamo con ordine e partiamo dal legame “perverso” che si può creare, in determinate situazioni, fra debito sovrano e banche o, se si preferisce, fra lo “spread” e i tassi bancari.

In primo luogo, se i timori di andamenti avversi del Paese emittente si sono radicati, le attese negative si propagano immediatamente allo spread e da questo ai tassi bancari, poiché questi emittenti (lo Stato e le banche) si trovano a competere sul medesimo mercato della raccolta del risparmio: la crescita del costo della provvista si trasmette automaticamente sul costo del credito. In secondo luogo, questi titoli sono utilizzati per le operazioni di rifinanziamento (con altre banche o verso la banca centrale): una riduzione del loro valore (conseguenza dell’aumento dello spread) limita l’accesso alla liquidità e dunque riduce l’ammontare delle risorse “spendibili” nei prestiti. In terzo luogo, la contrazione del valore del portafoglio implica un deterioramento dei bilanci bancari, con conseguenze intuibili, sia nell’immediato che in prospettiva, sui rispettivi conti economici.

In sintesi, le tensioni sul mercato dei titoli di Stato compromettono direttamente la capacità delle banche di fare prestiti e si ripercuotono dunque sul finanziamento delle imprese e sull’andamento del sistema economico. Va da sé che si crea una forte disparità fra i paesi esposti in maniera differente alla crisi del debito sovrano: in particolare, si determina un significativo divario fra le capacità di finanziamento (sia in termini di volumi che di costo) degli investimenti (e dei consumi), con un forte aggravio per i paesi strutturalmente più deboli.

Questi fenomeni sono ben noti e poiché determinano, fra l’altro, anche un serio indebolimento nei meccanismi di trasmissione della politica monetaria nell’eurozona, hanno già suggerito l’intervento straordinario da parte della Bce, inizialmente con acquisiti di titoli sul mercato secondario (Securities market program), successivamente con le operazioni straordinarie di rifinanziamento (Ltro, Long term refinancing operations) e da ultimo con la “minaccia” di interventi diretti sul mercato dei titoli di Stato (Odm, Operazioni definitive monetarie); a quest’ultimo strumento si è giunti in seguito allo scoppio del rischio del cosiddetto break-up dell’euro.


COMMENTI
27/12/2013 - Il modello Cipro ci attende (Carlo Cerofolini)

Dovrebbe essere così per le banche italiane e per gli italiani che hanno già dato, svenandosi in favore soprattutto della Germania, ma – visto la classe politica e dirigente che abbiamo - sicuramente le cose andranno per il verso opposto e per noi si prospetterà molto probabilmente il modello Cipro.