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SPY FINANZA/ Il "risiko" dei titoli di Stato che può far male all'Italia

Pubblicazione:sabato 28 dicembre 2013

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Il comma 5, però, cambia le regole del gioco per gli altri bond. Quest’ultimo, infatti, dispone che fino al 2017 varrà la vecchia regola di un coefficiente zero per qualunque bond sovrano dell’Ue, quindi anche diverso da quello emesso in valuta nazionale - una banca rumena avrà rischio zero anche per un titolo spagnolo o tedesco - ma nei successivi tre anni questa regola cambierà. Per i titoli di un altro Stato europeo, emessi in valuta diversa da quella nazionale, le banche acquirenti dovranno iniziare a ponderare i rischi. Quindi, tornando al nostro esempio, se una banca rumena comprerà un titolo tedesco o spagnolo, dal 2018 in poi dovrà aumentare il capitale di vigilanza.

Ecco la doppia funzione ottenuta: da un lato, la messa in discussione da parte della Bri del concetto generale di risk free presta il fianco alle velleità tedesche di ottenere in sede di stress test una ponderazione non esente da rischi sui bond sovrani detenuti (mettendo a rischio le nostre banche ma anche quelle spagnole, greche e portoghesi) e scatenare nuove turbolenze che impongano da un lato nuovi aiuti ma anche nuove regole, altro che la troika. Dall’altro lato, quel piccolo comma 5 diviene un ricatto bello e buono - voi, se preferite, chiamatelo incentivo - a entrare nell’eurozona per quei paesi che fanno parte dell’Ue ma non hanno ancora adottato l’euro, poiché si renderà sostanzialmente più caro per le banche dell’eurozona detenere titoli di altri Stati extra-euro e viceversa.

I bond sovrani denominati in euro, infatti, rimarranno a rischio zero, mentre quelli Ue ma extra-euro verranno di fatto assimilati a bond sovrani esteri. Unione allargata e unione bancaria, il tutto ottenuto attraverso regolamenti e commi di cui noi poveri mortali non sappiamo praticamente nulla. Ora, cosa pensate che accadrà se questa linea venisse confermata, ovvero richiedere da subito una ponderazione e non più lo status risk-free per il debito sovrano detenuto dagli istituti?

Temo un altro 2011, ovvero un violento scossone sullo spread nostro e spagnolo, esattamente come quando l’Ue decise che l’Eba valutasse i titoli di Stato al loro valore di mercato e non più a quello nominale di rimborso. Quale lezione hanno imparato le banche italiane da quel precedente? Hanno evitato di caricarsi di titoli di Stato? Hanno creato accantonamenti, i cosiddetti buffers? No, come abbiamo visto: hanno continuato a comprare e ora viaggiano sopra quota 450 miliardi di controvalore nei bilanci.

Certo, in quest’ultimo periodo, grazie al rendimento in ribasso e al prezzo in rialzo, stanno vendendo per monetizzare e abbellire i bilanci in vista degli stress test, ma lo fanno solo per un motivo: la calma sui mercati che garantisce inflows di capitali, ovvero compratori - anche stranieri - che ritengono ancora un buon investimento Btp e Bonos. Ma se la calma finisse? La sola Mps, la quale già rischia di vedere bocciato il piano di aumento di capitale da 2,5 miliardi (bocciatura che significherebbe nazionalizzazione), ha in pancia 29 miliardi di titoli di Stato italiani.

Capite perché, ampliando un po’ il quadro, la vendita del portafoglio crediti da Unicredit a Cerberus vada letta sotto una luce differente? Sono le banche - centrali e non - a scrivere la storia, non la politica o gli uomini.

 

(2- fine)



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