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IL CASO/ Il debito che mette in "trappola" stipendi e pensioni

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In questo periodo di crisi si può pensare a un domani fuori dal cul. Già, il cul-de-sac del sistema economico. Quella fattispecie che si è determinata da quando i redditi da lavoro risultano insufficienti per acquistare le merci prodotte. Due le opzioni per andare oltre.

La prima è quella del mercato efficiente: la deflazione, ovvero la riduzione dei prezzi per aumentare il potere d’acquisto del reddito. La seconda è quella del mercato sotto tutela: la reflazione. In questo caso si acquista a debito: quello sollecitato dalle politiche monetarie; quello fatto dai consumatori, ficcato dentro l’economia, che ha tentato di surrogare quell’insufficienza fino a far saltare i conti. Per uscire dall’impasse, si ficca dentro nuovo debito, quello pubblico, fragilissimo. 

Politiche keynesiane, quelle degli sgravi fiscali, come quelle di sostegno alla crescita, hanno prosciugato le casse statali e la recessione economica non recede. Recede però la capacità dell’impegno pubblico di dare ancor sprone all’economia: deficit e debiti hanno il fiato grosso. Si paventano default che sollecitano tagli di spesa. 

Il welfare traballa: tagli ai costi delle casse di previdenza, ai costi della spesa sanitaria, a quelli dei servizi sociali; meno lavori pubblici, riduzione di stipendio ai pubblici dipendenti. Ne possono derivare pensioni e stipendi contratti, pezzi di sanità a pagamento, servizi assistenziali privati del sostegno pubblico. 

Ergo, aumenta la spesa privata, quindi c’è ancor meno reddito a disposizione: nuovo debito privato, minore capacità di sostenere la domanda; riduzione della capacità contributiva, debito pubblico incomprimibile, dal costo insostenibile. Bene, anzi male, malissimo, però tant’è. Per un domani fuori dal cul, auguri a tutti, tanti, tanti; tenendoci stretti, stretti!



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