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BEPPE GRILLO/ Euro e Fiscal compact, come smontare il programma del vaffa-day

Beppe Grillo (Infophoto) Beppe Grillo (Infophoto)

Secondo, abolizione del Fiscal Compact. Anche in questo caso, si doveva intervenire prima, ovvero non accettando quelle regole deliranti che l’Ue ha imposto ai paesi membri, tutti tranne Regno Unito e Repubblica Ceca. Il trattato si apre con lo Stability Pact (Patto di Stabilità), che impone lo 0,5% per il rapporto deficit/Pil (soglia completamente irrealistica) e il 60% per il rapporto debito/Pil; se un Paese non sottosta alle imposizioni dell’Ue e non si adegua ai parametri stabiliti, scatta automaticamente la denuncia della Commissione europea al Consiglio europeo e alla Corte di Giustizia europea, che può imporre multe dello 0,2% del Pil.

La Germania gode di un particolare privilegio: si riserva infatti il diritto di poter denunciare un Paese che non rispetti i parametri anche in assenza dell’opinione della Commissione europea; per potersi opporre, gli altri paesi devono ottenere maggioranze qualificate; nella parte del cosiddetto Europact viene stabilito che la competitività di un Paese viene giudicata in termini di riduzione dei salari pubblici e privati e contemporaneo aumento della produttività del lavoro. La sostenibilità della politica fiscale viene giudicata in base alla spesa per previdenza, sanità, servizi pubblici: se un Paese spende troppo per questi capitoli, è pesantemente sanzionato.

Il Fiscal Compact richiede una revisione della contrattazione salariale e sindacale e la delocalizzazione della contrattazione salariale. Infine, richiede l’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione. Delirante, non c’è che dire. Ma come si fa, ora? Occorre creare a livello europeo un fronte abbastanza forte da rimettere in discussione quel Trattato, sospendendone l’attuazione fino a quando non vengano riscritte le regole e le stesse non siano ratificate, questa volta sì, non solo dai Parlamenti sovrani ma anche tramite referendum popolare, in questo caso garantito da una deroga ad hoc della legge. Chi ci starà, però? I cosiddetti paesi periferici riusciranno a mettere da parte i propri egoismi e fare un fronte comune? Scusate, ma non ci credo. Inoltre, quelle regole sono propedeutiche alle politiche devastanti della troika e agli interessi dei creditori privati dei vari paesi, insomma i veri poteri forti che governano i processi politici in Europa e la nascita stessa dell’Ue, i quali vogliono garanzie per i loro business e il loro ruolo di creditori-padroni: occorrerebbe una sorta di rivoluzione generale, un fronte comune capace di sfidare banche centrali, banche private, fondi d’investimento e istituzioni finanziarie. Ci credete? Io no, mi spiace. C’è però un’altra ipotesi, ovvero lasciare che il Fiscal Compact si auto-ridiscuta, visto che nessuno dei quei parametri è attuabile senza devastare almeno i due terzi dei paesi che ne sono soggetti.

Terzo, adozione degli Eurobond. Altro capitolo annoso, visto che la Germania non ci sente da questo punto di vista e le agenzie di rating stanno lentamente devastandone le fondamenta stesse, visto che con l’addio alla tripla A dell’Olanda, il rating di credito di cui godrebbe quel bond, viste anche le condizioni macro di molti paesi membri, sarebbe decisamente più problematico non solo del Bund ma del Gilt britannico, del Treasury statunitense e anche dei bond giapponesi. A emettere quell’obbligazione sarebbe, di fatto, non un’entità politica sovrana, bensì un’area di adozione di una moneta comune composta da paesi completamente differenti tra loro, con economie diametralmente opposte, interessi contrapposti - basti pensare alla questione del surplus commerciale tedesco - e quindi una valutazione completamente diversa sul concetto di mutualizzazione del debito su cui gli Eurobond si fondano.


COMMENTI
03/12/2013 - The best Bottarells (Giuseppe Crippa)

Questo è a mio avviso il miglior articolo di Bottarelli mai pubblicato da Il Sussidiario.

 
03/12/2013 - euro exit e fiscal compact (Luciano Bara Caracciolo)

Sono sempre un attento lettore degli ottimi articoli di Bottarelli. Sulla assurdità di "mercato", prima ancora che giuridica, del referendum siamo d'accordissimo: la cosa grave è che la sola idea venga ancora data in pasto all'opinione pubblica. Sulle tecnicalità da rischio di cambio dell'euro exit (o "euro-split"), in realtà si tratta di problemi risolti ogni giorno rispetto a tutti i contratti (sia relativi alla sottoscrizione di titoli sovrani che per transazioni commerciali) che coinvolgono valute soggette a svalutazione. E che sono normalmente sia scontati in forme di "assicurazioni" che accompagnano i relativi contratti-base, sia semplicemente accettandone il rischio e le correzioni "ammortizzabili" mediante gli aggiustamenti, in reciproci costi e benefici, che ne conseguono (rigeneralizzandosi il riferimento al cambio sul dollaro, tutto da verificare, rispetto alla situazione attuale). Sulla via giuridica all'euro exit, una ricostruzione dei trattati consente soluzioni in realtà molto meno complesse di quanto non si creda http://orizzonte48.blogspot.it/2013/11/lunione-europea-in-base-ai-trattati-non.html Sulla "sostanziale" illegittimità costituzionale del pareggio di bilancio http://orizzonte48.blogspot.it/2013/03/ccostituzionalita-delle-manovre.html