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GEO-FINANZA/ Grande coalizione tedesca, una mazzata per l'Italia

Pubblicazione:martedì 3 dicembre 2013

Angela Merkel (Infophoto) Angela Merkel (Infophoto)

Non mancano paragrafi sulla necessità di ridurre il “deficit democratico” (che affligge le istituzioni europee) e in difesa del “modello sociale europeo” (per gli Stati che se lo possono pagare). Quindi, nulla di promettente per coloro che pensavano che il Partito Socialdemocratico avrebbe portato il resto della Germania a guardare con maggior simpatia al Sud d’Europa.

Cosa dire in materia del programma interno di politica economica? Porterà a un aumento dei consumi interni e a una riduzione dell’attivo con l’estero riequilibrando i rapporti con il resto dell’area dell’euro, ma, al tempo stesso, consentendo alla Germania di continuare a essere la locomotiva del Vecchio Continente?

Il settimanale The Economist del 30 novembre è chiaro e netto: la “grande coalizione” (se applica il programma delineato nell’accordo) produrrà una “grande stagnazione” che frenerà il resto d’Europa e sarà fatale per Grecia, Italia, Spagna, Portogallo (e altri Stati a crescita prossima allo zero e finanza pubblica allo sfascio). The Economist ha buoni argomenti: l’introduzione di un salario minimo di 8,5 euro l’ora mentre molte aziende non solo dei Länder orientali ne pagano meno di 7 può aumentare i consumi di fasce a basso reddito ma far saltare numerose medie e piccole imprese; il ritorno a un’età pensionabile di 63 anni (invece che 67) per alcune categorie può mettere a repentaglio la finanza pubblica; l’impegno di chiudere i reattori nucleari entro il 2022 condanna industrie e famiglie ad alti costi dell’energia.

Sono tutti elementi che possono far rallentare un’economia il cui Pil è cresciuto appena dello 0,5% negli ultimi 12 mesi. Dato che il 13-14% dell’export italiano è diretto alla Germania, una frenata dell’economia tedesca non passerebbe senza ferire gli esportatori italiani e il loro indotto.

L’aspetto più inquietante è che l’accordo non prevede nulla di concreto in materia di investimenti pubblici, che sarebbero dovuti essere un cavallo di battaglia del Partito Socialdemocratico e una leva potente per aumentare la domanda aggregata, e trainare pure il resto dell’eurozona. Tra il 1991 e il 2012 la Germania ha tagliato del 20% la propria spesa per infrastrutture. Da anni non completa nuove opere pubbliche e per la manutenzione di quelle esistenti spende l’1,5% del Pil rispetto a una media europea del 2,5%.


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COMMENTI
03/12/2013 - Quid e balls of steel, se non ora quando? (Carlo Cerofolini)

Se non ora quando chi ci governa – per non far andare irreversibilmente in rovina l’Italia – dovrà mostrare di avere sia il quid sia le “balls of steel”?

 
03/12/2013 - Gente seria. (luciano dario lupano)

Orgoglio senza nazionalismo, controllo a tappeto del parassitismo, parsimoniosita' e lavoro concreto insomma serieta'. Il nostro diffuso ciarlatanismo spargitore di fumo negli occhi non avrebbe storia da quelle parti!