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SPY FINANZA/ Il "trucco" della Turchia per cancellare i Brics

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La rupia indonesiana la scorsa settimana era ai minimi dal 2008, giù del 22% da inizio anno. Mark Carney, governatore della Bank of England e uomo di Goldman Sachs, scriveva nella sua nota pre-natalizia che l’epicentro dello stress globale è passato da Occidente a Oriente: «Il più grosso rischio è il sistema bancario parallelo nei grandi paesi in via di sviluppo». I quali cominciano a perdere colpi almeno dal 2011 in verità, con Brasile e Russia che stanno flirtando con la recessione quest’anno: per qualcuno si tratta del contraccolpo per la fine del super-ciclo legato alle commodities, per qualcun’altro la fine di un modello di crescita garantito in gran parte solo da denaro a basso costo in arrivo dall’esterno. L’indice MSCI Emerging Markets è giù del 9% quest’anno, un risultato deludente se pensiamo al +28% dell’indice S&P 500 di Wall Street.

Ora le strade sono due: operare “contrarian”, ovvero tornare verso gli emergenti perché ritenuti a prezzo di saldo, oppure fuggire del tutto. Temo la seconda ipotesi, visto che se poi la Cina davvero rallenterà e crescerà nel 2014 solo del 5%, le Borse dei paesi emergenti conosceranno non un bagno di sangue ma una bella correzione. Chi sembra deciso a operare “contrarian” è Pimco, il principale fondo obbligazionario del mondo, a detta del quale il “taper” della Fed è già prezzato dai mercati e i paesi in esame hanno ampie riserve estere per tamponare gli shock: vero, ma le stanno anche bruciando in fretta, quelle riserve. Chi non la pensa così è il professor Barry Eichengreen, docente a Barkeley, a detta del quale la reazione al ciclo di liquidità della Fed rimane una minaccia, con nessun garanzia che anche paesi con forti fondamentali non vengano colpiti: «Un revival delle tensioni sui mercati emergenti della scorsa estate è una vera preoccupazione».

Insomma, un potenziale focolaio che aveva bisogno di un flashpoint, immediatamente rappresentato dalla Turchia, dove una crisi politica si sta tramutando in un crisi di assetto costituzionale, alla vigilia delle presidenziali 2014. Certo, Erdogan ha abusato di misure populiste prima delle elezioni dello scorso anno e la Banca centrale ha bruciato il 15% delle riserve estere per mantenere a galla la lira turca, ma una cosa sono gli errori politici sovrani, altro le strategie eterodirette. E la Turchia è il Paese perfetto da destabilizzare attraverso la finanza, essendo il più vulnerabile tra gli emergenti: il suo deficit estero - gran parte del quale detenuto da banche - è finanziato quasi esclusivamente da portafogli di inflows a breve termine e potenzialmente molto volatili. E qual è la kriponite della volatilità? Esatto, l’instabilità.



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COMMENTI
31/12/2013 - Dalla Lira turca a quella italiana? No grazie. (Giuseppe Crippa)

La lira (nome omen…) turca deprezzata del 25% da inizio anno (e la rupia indonesiana del 22%). E, Bottarelli oggi non lo dice ma è un dato facilmente reperibile, inflazione in Turchia del 7% nel 2013. I turchi “normali” (cioè la gente come il signor Perna e me, per fare un esempio) sono quindi adesso decisamente più poveri sia nei confronti dell’acquisto di beni reperibili nel loro paese che di quelli importati. Per fortuna a noi italiani, con il pur qui bistrattato Euro, questo non è successo… Auguro a Bottarelli, Perna ed ai detrattori della moneta comune all’Europa un 2014 più vicino a tutte le loro attese tranne che all’uscita dall’Euro!