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SPY FINANZA/ Il "trucco" della Turchia per cancellare i Brics

Pubblicazione:martedì 31 dicembre 2013

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Signore e signori, scordatevi l’acronimo Brics. I paesi emergenti non servono più, anzi è il caso che gli inflows di capitale che hanno fatto viaggiare quelle economie negli ultimi cinque anni tornino rapidamente a casa, ovvero si riallochino in assets denominati in dollari. È questa, unita all’intransigenza sulla questione siriana, la chiave di lettura che do alla Tangentopoli turca che sta scuotendo il governo Erdogan e schiantando l’economia della Mezzaluna, al netto della solita pantomima della corruzione e dei diritti civili. La colpa di Erdogan non è coprire ministri corrotti, bensì opporsi a determinate scelte geostrategiche e geofinanziarie eterodirette: non a caso, il suo principale antagonista, un filosofo-clerico islamista, Fethullah Gulen, è riparato da anni negli Usa. E, non a caso, tutto il mondo sa del fatto che la Turchia pagava in oro il gas e il petrolio iraniano per aggirare l’embargo contro Teheran, facendo gonfiare un traffico enorme che ovviamente porta con sé corruzione e storno di fondi neri: come mai solo ora esplode il bubbone? Perché ora fa comodo a qualcuno.

Goldman Sachs, ovvero la voce del padrone, l’altro giorno è stata netta: riducete le esposizioni dei vostri portafogli sui mercati emergenti dal 9% al 6%. Perché? «I guadagni non si sono rivelati attraenti come atteso, i tassi di crescita economica non sono sostenibili come immaginato e quelle nazioni non sono stabili come creduto». Insomma, una condanna a morte. Ma siccome il “taper” della Fed, che doveva avere come vittime immediate proprio i paesi emergenti e la fuga di capitali dagli stessi, non ha sortito l’effetto sperato - essendo un falso “taper” - ecco che serviva un acceleratore, come negli incendi dolosi. Detto fatto, scoppia la Tangentopoli turca. Che fa volare l’euro a nuovi massimi di sempre, anche contro il dollaro, e porta la lira turca a perdere il 6% verso la divisa europea in due giorni e il 25% da inizio 2013: già da maggio i fondi stranieri avevano cominciato a tagliare le detenzioni di debito turco di un quarto del totale. Qualcuno sapeva prima della Tangentopoli?

L’effetto domino potrebbe essere ora inevitabile, la grande rotazione degli inflows che si trasformano in outflows e tornano verso asset in dollari può avere inizio, garantendo alla Fed nuovo respiro e nuovo tempo per sgonfiare la bolla senza farla esplodere. D’altronde, le cifre sono alte: dal 2009 a oggi sono stati oltre 4 i triliardi di dollari pompati dai mercati verso i paesi emergenti, la grande parte dei quali “hot money” frutto di bolle speculative sugli assets. Ora, con il decennale Usa che prezza un rendimento sempre più vicino al 3%, livello che potrebbe colpire dollaro, mercato immobiliare e settore dei mutui, occorre agire: destabilizzando. E non solo la Turchia traballa, anche l’Indonesia, tanto che a Brics è stato sostituito un nuovo nomignolo: i “Fragile Five”, ovvero Indonesia, India, Brasile, Sud Africa e Turchia.


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COMMENTI
31/12/2013 - Dalla Lira turca a quella italiana? No grazie. (Giuseppe Crippa)

La lira (nome omen…) turca deprezzata del 25% da inizio anno (e la rupia indonesiana del 22%). E, Bottarelli oggi non lo dice ma è un dato facilmente reperibile, inflazione in Turchia del 7% nel 2013. I turchi “normali” (cioè la gente come il signor Perna e me, per fare un esempio) sono quindi adesso decisamente più poveri sia nei confronti dell’acquisto di beni reperibili nel loro paese che di quelli importati. Per fortuna a noi italiani, con il pur qui bistrattato Euro, questo non è successo… Auguro a Bottarelli, Perna ed ai detrattori della moneta comune all’Europa un 2014 più vicino a tutte le loro attese tranne che all’uscita dall’Euro!