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BANKITALIA/ Altro che regalo alle banche, il decreto toglie oro (e moneta) agli italiani

Ignazio Visco (Infophoto) Ignazio Visco (Infophoto)

Nessun dubbio interpretativo, dunque, ma, molto più semplicemente, una situazione di illiceità, derivante dall’omessa applicazione del disposto dell’art. 20 R.D. n. 375/1036, certamente non sanata, ma anzi aggravata, dalla modifica statutaria adottata nel 2006, che espungeva la precedente clausola riproduttiva, in sostanza, del dettato normativo primario. Ciò è tanto vero che, nel 2005, per porre rimedio a tale anomalia, la legge n. 262 (art. 19, co. 10) imponeva un preciso termine per la dismissione delle partecipazioni in mano privata, destinandole allo Stato e agli enti pubblici. Sennonché, con buona pace dei dubbi ermeneutici - che non suscitava davvero la norma appena richiamata - anche l’art. 19, co. 10 l. n. 262/2005 è prima rimasto inattuato ed è stato, poi, abrogato dal d.l. in commento.

Nei lunghi anni di illegittima persistenza di soggetti privati nel capitale della Banca, evidentemente assecondata da un disegno alternativo a quello legale, progettato e attuato ai margini dell’Istituto, i quotisti - e tra di essi soprattutto le banche - hanno valutato le proprie partecipazioni ben oltre il valore nominale, tenendo evidentemente conto del patrimonio della partecipata, comprensivo delle riserve auree. E così, per esempio, la Carige l’ha stimata in 22,1 miliardi di euro (v. la Repubblicadel 30/09/2013). E a tanto si perveniva includendo nelle quote anche le riserve ordinarie e straordinarie che compaiono nel bilancio di Bankitalia, nonché le risorse finanziarie della stessa, significativamente denominate, nei documenti di bilancio, “riserve ufficiali del Paese (oro e attività in valuta verso non residenti nell’area dell’euro)”. Ma la legge e lo statuto della Banca non lo consentivano, per almeno due ragioni: da un lato, perché le norme erano state pensate per un istituto al quale partecipassero esclusivamente soggetti pubblici (o a questi equiparati); dall’altro, perché le riserve, come ha dichiarato a Il Sole 24 Ore (6 settembre 2013) il Direttore generale, Salvatore Rossi, “sono state accumulate dalla Banca centrale attraverso la sua attività tipica che è quella di battere moneta, negli anni passati da sola, oggi in condominio con la Bce. Una funzione pubblica, peculiare della banca centrale, su cui i partecipanti non possono avere pretese”.

È accaduto, quindi, che, invece di resistere alla pressione delle banche, le quali agiscono secondo la logica commerciale, il Governo ha pensato bene di legittimare il loro metodo di “computo”, pur contenendone i risultati, ricorrendo a un criterio elaborato da una commissione di esperti: ma tanto quanto basta per contribuire ad ausiliarle nella soluzione del loro notissimo problema di consistenza patrimoniale, alla stregua dei criteri di Basilea 3.

La soluzione, che peraltro urta contro il divieto europeo di concedere aiuti di Stato (i partecipanti al capitale della nostra Banca centrale si vedrebbero attribuire un diritto di appartenenza su beni pubblici) è stata “indorata” con pretesi benefici fiscali che ne deriverebbero per le casse dello Stato, senza, tuttavia, considerare che il tributo (che dovrebbe peraltro essere determinato con un’aliquota agevolata) trova più che ampia copertura nell’incremento attribuito (in sostanza a titolo gratuito) dallo Stato alle quote del capitale dell’Istituto centrale.