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Economia e Finanza

BANKITALIA/ Altro che regalo alle banche, il decreto toglie oro (e moneta) agli italiani

Ignazio Visco (Infophoto)Ignazio Visco (Infophoto)

Ma non è tutto: la privatizzazione della Banca d’Italia, sancita dalla riconfigurazione dei soggetti ammessi a detenerne le quote, in gran parte di natura privata, includendovi anche entità straniere, ancorché comunitarie, porta con sé un altro rilevantissimo effetto, sul quale tace anche il comunicato di via XX Settembre. Il provvedimento governativo, recependo puntualmente le indicazioni formulate dal suddetto comitato di esperti - i quali avevano suggerito di deconcentrare l’appartenenza del capitale, riunito in poche mani, previa, però, rivalutazione delle quote - fissa al 5% del capitale il limite massimo di partecipazione con diritto di voto e agli utili, così incentivando la cessione delle eccedenze.

Ora, è ben noto e persino ovvio che, nelle eventuali negoziazioni destinate alla cessione delle quote il loro valore verrebbe stabilito facendo riferimento anche al patrimonio della Banca d’Italia, nel quale rientra l’oro che l’Istituto ha accumulato nei molti anni nei quali ha esercitato la funzione pubblica di emissione monetaria: si tratta, in altri termini, delle riserve auree, la consistenza delle quali situa l’Italia al quarto posto della graduatoria mondiale. Secondo voci autorevolissime, benché ufficiose, esse sarebbero sufficienti a garantire l’intera emissione di moneta nazionale, allorché lo Stato italiano decidesse di recedere dall’Eurosistema o vi fosse costretto.

È un aspetto del quale, forse non a caso, si parla ben poco, anche nelle trattazioni giuridiche dedicate alla Banca centrale: ma l’analisi della normativa sinora vigente induce a ritenere che si tratti di beni pubblici di natura quasi demaniale, destinati a uso di utilità generale, che Bankitalia non avrebbe più titolo per detenere, essendo la sua funzione monetaria confluita in quella affidata ormai alla Banca centrale europea (alla quale, infatti, l’Istituto di via Nazionale ha dovuto conferire un parte delle nostre riserve in valuta). L’oro, insomma, sarebbe degli italiani e dovrebbe pertanto essere restituito allo Stato.

Non è difficile immaginare, allora, lo scenario che si aprirebbe se, a privatizzazione avvenuta, si decidesse o si avesse necessità di riportare la Banca d’Italia in mano pubblica: le quote dovrebbero essere acquistate, ovvero espropriate facendo riferimento a un valore esorbitante (si pensi che, nello stato patrimoniale della Banca al 31/12/2012 la voce “oro e crediti in oro” ammonta a 99.417.221.610,00 euro), con prevedibili gravissimi effetti sul debito pubblico e con pesanti riflessi sulla sorte delle riserve auree, sempre che se ne possa predicare la legittima appartenenza alla Banca d’Italia, come essa a tutt’oggi assume, facendo generico riferimento non a una legge, ma alla legge.

Che se poi tale assunto fosse fondato, l’operazione di privatizzazione portata a termine potrebbe mettere a rischio, fino a renderla impossibile, la destinazione delle riserve alla funzione di emissione della moneta, qualora si volesse o si dovesse tornare alla valuta nazionale.