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BANKITALIA/ Altro che regalo alle banche, il decreto toglie oro (e moneta) agli italiani

Nei giorni scorsi il Governo ha varato un decreto legge che interviene sull'assetto societario della Banca d'Italia. Una norma che, spiega MARIO ESPOSITO, solleva più di un dubbio

Ignazio Visco (Infophoto) Ignazio Visco (Infophoto)

Negli stessi giorni in cui gli italiani si dividevano sui riflessi politici delle vicende giudiziarie dell’ormai ex Senatore Berlusconi, il Governo, dopo aver richiesto, non si sa bene in base a quale norma, un parere alla Bce, ma senza averlo ancora ricevuto, approvava, il 27 novembre scorso, un decreto legge (n. 133/2013), concernente, tra l’altro, la Banca d’Italia. Per giustificare il ricorso alla decretazione d’urgenza, l’Esecutivo ha fatto riferimento alla necessità di superare asserite incertezze interpretative in ordine alla natura della partecipazione al capitale di Bankitalia e al suo contenuto economico.

La fumosità della motivazione porrebbe già il decreto fuori dal perimetro dell’art. 77 Cost., anche perché è inaudito che una questione ermeneutica possa di per sé legittimare il Governo a provvedere con forza di legge. Ma in realtà il decreto in parola non contiene alcuna norma interpretativa, bensì disposizioni innovative e abrogatorie, intese a sovvertire il precedente assetto giuridico dell’Istituto di via Nazionale, del suo capitale e del suo patrimonio.

Che quello dichiarato fosse un falso obiettivo risulta confermato dalla reazione stizzita del Ministero del Tesoro (con il comunicato stampa n. 239 del 2 dicembre 2013) alle critiche rivolte da più parti all’impianto e agli effetti del provvedimento d’urgenza. Qualche rilievo critico era occorso di fare anche a chi scrive, già prima che il decreto prendesse corpo e preconizzandone l’avvento, sulla base delle operazioni prodromiche messe in campo dalla Banca centrale e dai suoi esperti.

Non pare che né il decreto, né il comunicato esplicativo abbiano risolto o attenuato i dubbi e le preoccupazioni manifestati, specie per quanto riguarda le ricadute di sistema, a livello anche costituzionale. Conviene pertanto riproporre le questioni irrisolte alla pubblica attenzione.

Quanto ai dubbi interpretativi enunciati ma non individuati nel decreto, basti considerare che non avevano alcuna ragion d’essere. E infatti la partecipazione di soggetti privati al capitale della Banca d’Italia era seccamente esclusa dall’art. 20 del R.D. n. 375/1936, del quale non a caso il decreto legge dispone l’abrogazione: non è affatto vero, dunque - e basta un minimo di informazione sulla storia nazionale per avvedersene - quanto si lascia intendere nel comunicato del Ministero del Tesoro, secondo il quale l’assetto privatistico di Bankitalia avrebbe garantito l’autonomia e l’indipendenza dell’Istituto. Al contrario - e per ragioni meritevoli oggi ancora di attenta considerazione - già nel 1936 e sino a qualche giorno fa l’ordinamento escludeva i privati dal capitale di Palazzo Koch: l’anomalia si era determinata a seguito della stagione delle privatizzazioni, allorché le quote possedute dalle casse di risparmio e dalle banche di interesse nazionale, invece di essere “riconsegnate” allo Stato, rimasero nel patrimonio delle aziende di credito, divenute ormai società di capitali a regime puramente privatistico, con il risultato di concentrare nelle mani di Intesa Sanpaolo e di Unicredit circa il 52,4% del capitale.