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FINANZA/ 1. Italia, la "salvezza" viene dalla Spagna

Mariano Rajoy (Infophoto) Mariano Rajoy (Infophoto)

È l’auto, del resto, la carta giocata dalla Spagna per colmare il vuoto dell’edilizia. Dalle catene di montaggio delle fabbriche d’auto Volkswagen, Peugeot, Renautl, Gm, Toyota e così via usciranno quest’anno 2,2 milioni di vetture, ovvero il 10% della produzione industriale spagnola. Certo, la disoccupazione si mantiene su livelli stellari, oltre il 25%, ma non cresce più, anzi si rivedono le prime assunzioni. Senza dimenticare che gli ammortizzatori sociali spagnoli (un assegno di disoccupazione per due anni) incentivano l’iscrizione alle liste dei senza lavoro, a differenza di quel che accade in Italia, specie tra i giovani.

Anche l’enorme stock di case invendute è in via di smaltimento, grazie agli acquisti dei private equity americani a caccia di investimenti a buon prezzo. La creazione della bad bank, in cui sono confluiti gli immobili invenduti in mano alle banche, garantisce qui (a differenza che in Italia) un’offerta “pulita” e di grandi dimensioni. Crescono intanto gli investimenti dall’estero, raddoppiati rispetto a dodici mesi fa, mentre scende il debito privato, dal 230% al 200%, una delle eredità più amare della bolla del mattone. Insomma, a crisi morde ancora, come ha sottolineato il commissario Ue Olli Rehn, scettico sulla possibilità che la Spagna rientri nei parametri di Maastricht entro il 2015.

Madrid, che a differenza dell’Italia, ha chiesto di essere esentata dal tetto del 3% sul Pil previsto da Maastricht, quest’anno chiuderà con un deficit del 6,5%o, lontana dai canoni di Bruxelles ma assai meglio del 2011, quanto lo sbilancio era dell’11%. Un taglio netto, reso possibile dal machete sui costi dello Stato, a partire dagli stipendi pubblici.

Insomma, per dirla con Marchionne, la Spagna ha fatto le sue scelte. In particolare, si è assunta l’impegno di sopportare la supervisione Ue sulle banche, operazione tutt’altro che indolore che ha spezzato i poteri locali delle cajas, a partire dai legami con il mondo degli imprenditori edili. Un’operazione, per giunta, che ha infranto equilibri vecchi e nuovi: è stata imposta, ad esempio, la cessione dei pacchetti azionari delle banche in Iberia, ormai sotto il controllo di British Airways. Ma queste scelte (Stato più snello, contratti di lavoro più flessibili, banche più povere ma senza scheletri nell’armadio) hanno consentito alla Spagna di riprendere il suo cammino, agevolato da un’industria del turismo funzionale, una struttura di grandi imprese (ultimi casi, Zara e Desigual), servizi e infrastrutture efficienti, grazie a un impiego meno sciagurato del nostro di fondi pubblici italiani ed europei.

Si può sperare, come suona il libro dei fratelli Rosselli, di dire un giorno “Oggi in Spagna domani in Italia”? La sensazione è che la classe dirigente spagnola del post-franchismo è cresciuta con una bussola orientata verso l’Europa, decisa a lasciarsi alle spalle un passato comunque drammatico. L’Italia, al contrario, vede l’Europa come un giudice severo, quasi un intruso nelle vicende di cortile.

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COMMENTI
08/12/2013 - Gli italiani sono governabili? (umberto persegati)

La domanda si impone. O i governanti sono inetti a governare. (Governare non significa soltanto emanare leggi ma farle osservare: l'enorme quantità di leggi in Italia è direttamente proporzionale alla loro inosservanza). O i cittadini non vogliono essere governati. (Ne sarebbe prova la generalizzata inosservanza delle leggi e la mancanza di reazione sociale o, addirittura di adesione, a comportamenti illeciti)

 
05/12/2013 - AIUTO! (Carlo Cerofolini)

Con chi - oltre a non essere minimamente capace di tagliare la spesa pubblica ma anzi la fa aumentare e aumenta pure la pressione fiscale (sic) – addirittura vuole (s)vendere le nostre imprese oltre che strategiche redditizie, come vorrebbe fare il governo Letta, e il governo spagnolo o irlandese, che pensano a come invece far crescere il Pil non c’è partita. Aiuto!