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SCENARIO/ Italia, i nuovi "compiti a casa" per la ripresina

Pubblicazione:venerdì 1 febbraio 2013

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In sintesi, l’azione delle banche centrali, assolutamente inedita sia nelle dimensioni che nelle premesse ideologiche (tutti, compreso Mario Draghi sono stati assai più aggressivi di quanto non prevedessero le linee maestre pre-crisi), ha evitato il collasso. Ma la partita è tutt’altro che vinta: l’aggressività della Fed non è bastata finora a riavviare un ciclo virtuoso per l’occupazione. L’Europa dovrebbe accelerare, ma il condizionale è d’obbligo, anche perché la ripresa del credito finora non ha contagiato l’economia reale, ma è rimasta racchiusa nei recinti dei sistemi bancari, tutti più o meno indeboliti dalla crisi e dalle scommesse finanziarie. E c’è chi, come l’economista William Buiter, pessimista a oltranza, prevede che l’Italia continuerà a rimpicciolire anche nel 2014 e non di poco (-1,4% nel 2013 e -1,4% anche nel 2014), per cui l’Eurozona risulterà a crescita negativa fino al 2015.

Speriamo che esageri, ma anche le previsioni del Fmi lasciano prevedere un mondo in grigio piuttosto che in rosa: la crescita Usa sarà del 2%, in Giappone non si salirà oltre l’1,2%, il Regno Unito si fermerà all’1%. L’Eurozona, zavorrata da Italia e Spagna, segnerà un +0,2%, accentuando il divario con le economie emergenti, in crescita del 5,5%.

Di qui prende piede, anche negli ambienti più conservatori, l’idea che sia necessario procedere al più presto a un cambio di passo, anche per evitare tentazioni pericolose. Sul fronte dei cambi, ad esempio. Da alcune settimane l’euro si rivaluta contro dollaro, sterlina, yen e renminbi, valute di paesi che nel 2013 cresceranno tutti più dell’Eurozona e perfino più della Germania da cui si è levata, furente, la voce del presidente della Bundesbank, Jens Weidmann: guai a scatenare la guerra delle valute, conseguenza secondo Weidmann della fine dell’indipendenza delle banche centrali. Ma l’euro forte rischia di essere un problema assai più grave per noi piuttosto che per la Germania: avere una valuta che si rafforza in queste condizioni è l’ultima cosa che occorre a Francia, Italia e Spagna.

In un mondo ideale, l’euro forte andrebbe contrastato con una politica monetaria espansiva in Europa o con politiche monetarie restrittive nel resto del mondo. Ma, ahimè, non viviamo in un mondo ideale. Inoltre, scrive Martin Wolf sul Financial Times «il pericolo è di archiviare troppo presto o troppo tardi la politica monetaria espansiva: troppo presto, e la ripresa abortirà; troppo tardi e il bubbone dell’inflazione tornerà a farsi sentire».

Brendan Brown, chief economist di Mitsubishi Financial Ufj Securities International, ha evocato a Davos un precedente storico inquietante. Tra il 1933 e il 1936 la Federal Reserve praticò con successo una politica monetaria espansiva, con ottimi effetti sulla Borsa, in parallelo con la svalutazione del dollaro. Questi fattori favorirono una forte ripresa dell’economia, accompagnata dalla rivalutazione delle materie prime e dell’immobiliare, oltre che del mercato azionario. Ma la speranza della ripresa venne meno nel 1937 per il concorso di vari elementi: il consolidarsi del nazismo; il riarmo giapponese e la crisi cino-giapponese; le tensioni monetarie in Europa; la scelta della Fed di rivedere la politica monetaria su tassi normali. Un cocktail che fece precipitare il mondo in una seconda ondata recessiva.


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