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FINANZA/ Dalla Bundesbank un nuovo attacco alla Bce di Draghi

Le ultime dichiarazioni di Jan Weidmann, Presidente della Bundesbank, non fanno ben sperare né per le sorti dell’euro che del ruolo della Bce. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

Mario Draghi (InfoPhoto) Mario Draghi (InfoPhoto)

Alla vigilia di un G7 chiamato a dare risposte alla cosiddetta “guerra delle valute” che si è aperto con la negazione della stessa attraverso un comunicato a dir poco ridicolo, il gran capo della Bundesbank, Jens Weidmann, ha reso chiaro a tutti chi dà le carte e gestisce il banco nell’Ue rispetto alla questione euro, grazie anche all’indebolimento suicida che molta stampa e politici dissennati stanno innescando sulla figura di Mario Draghi. Ecco le sue parole: «La Bce non può risolvere la crisi, visto che questo è compito dei governi. La svalutazione storicamente non aiuta la competitività e la volontà di molte nazione di deprimere il tasso di cambio può solo risolversi in un fallimento. L’euro, infine, non è seriamente sopravvalutato, quindi i policymakers europei non devono provare a indebolirlo».

Ora è ufficiale: la Bce, nata sul modello della Bundesbank, si è tramutata nella Bundesbank tout-court e decide la politica monetaria dell’eurozona. Siamo alla follia totale: la Bce, per bocca del governatore di una delle banche centrali dell’eurozona e non del suo board, sta facendo l’esatto contrario di quanto operato dalle partner di tutto il mondo, ovvero sta lavorando per rafforzare ulteriormente l’euro (basti vedere il cross con il dollaro dopo le parole di Weidmann). Il capo della Bundesbank, con le sue dichiarazioni, sta infatti incoraggiando una guerra valutaria, destinata a uno scopo geopolitico chiaro e reso palese dall’ultimo vertice sul Budget Ue: l’asse renano con la Francia è stato sostituito con quello tra Berlino e Londra e se un euro forte può danneggiare la Germania, vedi l’export, questo danneggia molto ma molto di più la Francia, eliminata la quale dal quadro di controllo, Berlino sarà l’unico decisore interno all’eurozona. Come spiegare altrimenti il grido di dolore, inascoltato, della scorsa settimana da parte di Francois Hollande e del suo ministro delle Finanze, Pierre Moscovici, rispetto a un euro troppo forte?

Lo spiega bene questo grafico a fondo pagina, dal quale si evince chi è l’unico, vero vincitore all’interno del blocco mercantilistico europeo: la Germania. Non a caso, ieri Draghi ha fatto filtrare dall’Eurotower il seguente messaggio: «La Bce è preoccupata che la forza dell’euro possa colpire le ripresa negli Stati in crisi», conferma di quello che ormai tutti danno per assodato. Il cross a 1,35 è il livello chiave di resistenza per il governatore, rotto il quale si dovrà agire. Ora la palla passa quindi interamente nelle mani dell’unico uomo in grado di poter tenere testa a Weidmann e soci, ovvero proprio Mario Draghi.

Il quale, al di là delle risposte convincenti fornite rispetto all’operato di Bankitalia nel caso Monte dei Paschi, ha dalla sua parte numeri che possono tranquillamente tacitare gli strepiti teutonici. Nella settimana conclusasi il 1 febbraio, infatti, l’Eurotower ha comunicato che il suo stato patrimoniale è sceso di 160 miliardi di euro a 2,77 triliardi, il calo più marcato dal gennaio 2009 e chiaramente frutto dei primi repayments delle aste Ltro, ma anche in grado di portare il bilancio della Banca centrale europea ai livelli del febbraio 2012. Inoltre, venerdì scorso le istituzioni creditizie europee non hanno preso in prestito fondi overnight, primo caso del genere da un mese a questa parte: insomma, non c’è stato rimpiazzamento dei fondi a lungo termine con nuovi prestiti. E ancora, anche gli sbilanciamenti del programma Target2 sono crollati.