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INCHIESTA/ Italia, dalle svendite degli anni 90 alla grande "liquidazione finale"

GIANLUIGI DA ROLD, commentando le recenti inchieste giudiziarie sulle più importanti aziende nazionali, individua alcune inquietanti analogie con l’ultimo decennio del secolo scorso

Giuliano Amato (InfoPhoto) Giuliano Amato (InfoPhoto)

Da circa tre settimane, quando è cominciata la fase “calda” della campagna elettorale, l'Italia è entrata in una fase che ricorda uno stato di fibrillazione e di convulsione. Se più di venti anni fa venne battezzata “tangentopoli” l'inchiesta che cancellò la “prima Repubblica”, oggi, di fronte a una sequenza di arresti, di avvisi di garanzia e di nuove inchieste, si parla apertamente di una “seconda tangentopoli”, che con tutta probabilità liquiderà o modificherà la cosiddetta “seconda Repubblica”. 

In questa fine di febbraio si accavallano e si intrecciano due problemi: il primo riguarda il sistema politico, che sembra destinato a un periodo di grave instabilità e ingovernabilità, nonostante le imminenti elezioni; il secondo investe il sistema produttivo del Paese, soprattutto quello delle ultime grandi aziende in mano allo Stato, mentre la crisi e la recessione (entrata ormai nel sesto anno consecutivo) stanno decimando la struttura delle piccole e medie aziende. 

Quando esplose la prima “tangentopoli”, nell'incrocio tra politica e affari, l'Italia bruciò le tappe di una privatizzazione di gran parte del suo apparato pubblico produttivo, senza varare alcuna legge di liberalizzazione. In definitiva, la grande stagione delle privatizzazioni si risolse, in quasi tutte le occasioni, in un passaggio dal monopolio dello Stato a oligopoli privati.

Furono liquidati grandi enti di Stato come Iri e Efim; venne ridimensionato il ruolo dello Stato nell'Eni, fondato da Enrico Mattei; passarono ai privati pezzi importanti di produzione e la gestione di grandi servizi. L'intero processo di privatizzazione non risolse i problemi delle casse dello Stato, lasciando uno strascico di polemiche che si trascina ancora adesso.

Lo Stato incassò circa 200mila miliardi di lire, pagando alle banche d'affari anglosassoni, che curarono il complicato passaggio dal pubblico al privato, una commissione che si valuta tra l'uno e l'1,7 percento dell'intero incasso.

Se l'operazione di privatizzazione, senza alcuna liberalizzazione, fosse stata presa per abbassare in modo consistente il debito pubblico, il risultato non fu affatto centrato, perché il debito si ridusse solo dell'8 percento.

Esaminando dopo anni quella discutibile operazione, partita anche dalle inchieste dei magistrati, vale la pena di riportare tre giudizi. Il primo è quello della Corte dei Conti: «Si evidenzia una serie di importanti criticità, che vanno dall'elevato livello dei costi sostenuti e dal loro incerto monitoraggio, alla scarsa trasparenza connaturata ad alcune delle procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione, contractor e organismi di consulenza al non sempre immediato impegno dei proventi nella riduzione del debito».

Meno burocratico e più immediato, il giudizio di un grande economista come Giulio Sapelli: «Dobbiamo finalmente dire a chiare lettere che la mancata crescita di oggi è frutto delle disgraziate privatizzazioni degli anni Novanta. Privatizzazioni fatte per gli amici degli amici e “all'Argentina”, ossia per togliere dall'agone della concorrenza internazionale gran parte dell'industria italiana. Di ciò non abbiamo mai chiesto conto a nessuno, intellettualmente e politicamente intendo, anzi, su questa rapina si sono costruite fortune politiche che durano sino a oggi».



COMMENTI
16/02/2013 - Svendita dell' Italia (delfini paolo)

Grazie davvero all'autore dell'ottimo articolo. Siamo davvero alla liquidazione finale del patrimonio pubblico industriale italiano, e sinceramente siamo sempre di piu' in Italia ad essere contrari a questo andazzo,sicuramente alcuni ambienti esteri ed italiani hanno tirato troppo la corda.