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Economia e Finanza

IOR/ Ernest Von Freyberg, l’ultima "sfida" di Benedetto XVI

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Ovviamente, Von Freyberg dovrà dare risposte alla questione dei conti cifrati, i cui detentori possono operare con transfer e incasso di assegni in maniera non identificabile, possibilità che ha portato in passato lo Ior a essere implicato in vicende che ne hanno minato il profilo sia morale che operativo, stante anche il segreto totale che vige sui bilanci dell’istituto. Insomma, Von Freyberg giunge come atto finale di quel processo di trasparenza dello Ior iniziato quattro anni fa da papa Benedetto XVI, una delle scelte più importanti del suo Pontificato, con la creazione di un organismo regolatorio per controllare lo stato delle finanze dell’Istituto, i cui risultati appaiono ancora inadeguati, ma che proprio grazie a una figura come quella di Von Freyberg sono destinati a migliorare, anche in accordo con le richieste degli organismi di vigilanza internazionali.

Il nodo principale da sciogliere resta quello dell’ingresso a pieno titolo nella “white list” dei Paesi virtuosi. Ancora in fase di valutazione, un prelato dell’Apsa, esperto di finanza, fece infatti notare in Curia che l’adeguamento alle norme internazionali anti-riciclaggio impedirebbe allo Ior di movimentare con la tradizionale riservatezza le risorse di episcopati perseguitati in regimi totalitari e di incamerare i fondi che da sempre affluiscono da quanti vogliono o debbono conservare l’anonimato. All’ingresso nella “white list”, consigliato soprattutto dall’allora ministro Tremonti e dallo stesso Gotti Tedeschi, si sono opposte le ragioni di quanti temono una limitazione dell’operatività dello Ior. Insomma, una frattura in seno al Vaticano non da poco e non su un argomento residuale.

La spaccatura avvenuta nella Commissione cardinalizia di sorveglianza sullo Ior confermò infatti che due fazioni si fronteggiano nella gestione delle finanze vaticane, uno scontro che ha avuto, stando al parere di molti, l’ex presidente Gotti Tedeschi come vittima illustre. Da una parte coloro che ritengono che la trasparenza, la necessità di adeguarsi agli standard internazionali per entrare nel club dei più virtuosi, sia per il Vaticano un obbligo da non disattendere o prorogare oltre; dall’altra coloro che ritengono che questa stessa linea sia sì da perseguire, ma con moderazione, avendo ben presente che il Vaticano ha una sua specificità che lo rende non del tutto paragonabile agli altri Stati sovrani.

Lo scorso luglio lo Ior ha passato l’esame di Moneyval (l’ente del Consiglio d’Europa che valuta la trasparenza finanziaria internazionale), promosso su 9 delle 16 raccomandazioni del Gafi, il Gruppo d’azione finanziaria contro il riciclaggio. Indicativa della volontà di mantenere una certa segretezza e di minimizzare le intrusioni di autorità esterne, i giudizi di “non” o “parziale conformità” interessavano questioni come la segnalazione di operazioni sospette e l’implementazione degli strumenti Onu. Grazie all’energico intervento di Benedetto XVI, Moneyval ha rilevato nel suo rapporto che il Vaticano «in un periodo di tempo assai breve» ha implementato molti di punti richiesti contro finanziamento del terrorismo e riciclaggio di denaro sporco.