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FINANZA/ Dalla Russia una nuova "minaccia" per Europa (e Italia)

Il G20 di Mosca, spiega GIUSEPPE PENNISI, ha messo ancora più in evidenza i problemi dell’Unione europea, nonostante la forza dell’euro sui mercati valutari

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Al termine quasi del G20 di Mosca, un diplomatico americano avrebbe pronunciato una battutaccia ma “quanto mai vera” (come avrebbe detto Tino Anselmi quando le riunioni degli organi di governo della DC diventavano litigiose ed esplodeva con frasi spontanee del suo “sangue romagnolo” che allora non si pronunciavano di fronte a signore): “L’unico G davvero utile è quello di una tipologia di slip”. Riferimento a un “intimo” per uomo molto mini e molto attillato che ha un mercato enorme tra chi fa sport. La frase è, però, ingenerosa.

A Mosca, lo stuolo di Ministri, funzionari, barracuda-esperti-al-seguito, giornalisti (sempre di meno a ragione sia delle condizioni finanziarie dell’editoria, sia delle poche e rare notizie di rilievo) hanno concluso poco e nulla; qualche ritocco al comunicato già redatto dai 20 “sherpas” e al centinaio di collaboratori di questi ultimi per affermare l’ovvio: le “guerre valutarie” non esistono in un sistema internazionale basato essenzialmente sulla libertà delle transazioni perché sono le politiche economiche nazionali a determinare i cambi ed è, quindi, oltremodo difficile manipolare questi ultimi.

Comunque, chi ha sfidato il freddo russo, ha avuto il modo di meglio leggere alcuni aspetti molto più importanti della conclamata “pace valutaria” tra il Giappone e gli altri principali attori sulla scena economica mondiale, nonché le proclamate “strette anti-elusione” per le multinazionali. A Mosca, infatti, è apparso a tutto tondo come l’Unione europea (e in particolare l’Eurozona) sia il “grande malato” per il quale , però, nessuno (né gli europei, né gli altri) sembra in grado di fare una prognosi e trovare una terapia.

L’ouverture (per così dire) del G20 è stato il rapporto dell’Eurostat diramato il 14 febbraio: letto con lenti internazionali fornisce un quadro molto più cupo di quello che appare con occhiali italiani (che mettono in risalto la prosecuzione e l’approfondirsi della recessione nel nostro Paese). In effetti, anche la Francia sta scivolando in recessione e si sta allontanando dagli obiettivi di finanza pubblica che lo stesso Governo in carica si era dato quando meno di un anno fa si è insediato. Il mal sottile sta prendendo la Germania e anche il piccolo gruppo di paesi nordici che ne sembravano immuni.

Com’è stato scritto su queste pagine il 18 aprile 2012, siamo in una “perniciosa balance sheets recession, ossia una recessione innescata da un eccesso di indebitamento che ha causato un mutamento di paradigma a individui, famiglie, imprese e servizi finanziari - da un obiettivo di massimizzazione dell’utile si è passati a quello della minimizzazione dell’indebitamento. Ci vorranno mesi per comprendere come uscire dalla balance sheets recession: negli Usa - lo documenta un lavoro di Richard Koo - ci sono voluti trent’anni, il Giappone ci sta tentando da almeno quindici”.