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CROLLO BORSA/ Le brutte notizie che fanno bene all’Italia

Pubblicazione:venerdì 22 febbraio 2013 - Ultimo aggiornamento:venerdì 22 febbraio 2013, 11.27

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Che significato dare alla brusca caduta delle Borse di ieri? Potrebbe essere l’anticamera di un’inversione di tendenza, dopo la risalita dei mercati finanziari di questi mesi. Oppure solo una correzione di rotta temporanea, in attesa che finalmente si consolidi la ripresa dell’economia reale in Usa. Per i più pessimisti, la situazione è ad alto rischio: un incidente di percorso, vedi un esito incerto delle elezioni italiane, può scatenare una nuova stagione di alta volatilità sui mercati foriera di conflitti sociali e politici: un’impennata dello spread, combinata con la recessione che prende velocità, potrebbe render necessarie nuove manovre da applicare a Italia e Spagna, paesi già stressati se non esausti. Ma come reagiranno gli italiani, dopo una campagna elettorale giocata sulle promesse fiscali, di fronte alla prospettiva di nuova austerità?

Il rischio è che la navicella dell’euro torni in acque agitate, anzi tempestose. Anche perché, come ha scritto sul Financial Times Martin Wolf, “l’unione monetaria è come un matrimonio. Un’unione è felice quando, dopo qualche anno, marito e moglie possono rispondere in modo affermativo alla domanda: vi sposereste ancora? Ma non credo che sia questa l’opinione degli europei di fronte all’euro”. Forse Wolf esagera. O forse no: come spesso capita nei matrimoni, la ragione principale per non separarsi, nel caso dell’euro, è la paura dei costi eccessivi di un divorzio. Le tensioni dei mercati, esplose dopo la pubblicazione dei verbali della Fed, altro non sono che la punta dell’iceberg di una situazione di crisi che si va approfondendo.

Per gli ottimisti, al contrario, non va esagerato né il segnale borsistico, né la presunta guerra tra le valute o tanto meno il peso del voto di domenica: salvo esiti estremi, in Italia nascerà comunque un governo di coalizione (più facile di centrosinistra) o un’alleanza più ampia che non potrà ridiscutere dalle fondamenta gli accordi già presi: la fragilità congenita del Bel Paese impedisce mosse di politica economica alternative al resto d’Europa.

In questa prospettiva le elezioni che contano per davvero sono quelle tedesche del prossimo ottobre. Non è ancora chiaro, per il momento, se la grande favorita, la signora Merkel, vorrà usare la sua forza per accelerare l’integrazione europea o, al contrario, per tornare a premere sugli altri paesi dell’Eurozona perché riprendano la pratica ascetica dell’austerità e tornino ad avvicinarsi a quel pareggio di bilancio dal quale di fatto stanno, da qualche mese, di nuovo allontanandosi. Di sicuro non è suo interesse, a sei mesi dal voto, inasprire le relazioni con il governo italiano, qualunque esso sia.

Non è il caso di prevedere (o temere) uno scontro frontale nei prossimi mesi. Dopo, molto dipenderà dalla congiuntura internazionale, ma anche dalla capacità italiana di prepararsi al nuovo scenario: nel caso il nuovo governo, di qualunque colore sia, sarà in grado di dare il via a riforme che possano aumentare la competitività delle imprese (peggiorata negli ultimi mesi, a differenza di quanto accade nel resto del sud Europa), il futuro potrebbe essere migliore di quanto non si tema.


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