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FINANZA & POLITICA/ Italia, una "cavia" degli speculatori contro la Bce

Pubblicazione:giovedì 28 febbraio 2013

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Resta un punto, però. Il programma Omt sta già mostrando crepe, non tanto nell’operatività tecnica, quanto nella resistenza che moltissima opinione pubblica e governi europei mostrano nei confronti delle condizioni poste dalla Bce per accedervi, al netto del fatto che l’Eurotower si è già inventata due aste Ltro per offrire liquidità ma ha vincoli al riguardo, rispetto a Fed, Boe e Boj. Al netto delle variazioni di bilancio dovute ai primi rimborsi proprio delle aste di liquidità, ormai appare chiaro che un taglio dei tassi sia all’orizzonte entro poche settimane: o la Bce fa questo o allenta ancora i criteri sul collaterale, non c’è altro modo per far fronte a una possibile crisi di liquidità nel sistema bancario. Per Stanley, però, non è affatto detto che l’Italia crolli nel populismo più bieco, proprio perché tutti - a partire dal Quirinale - sono consci di queste ipotesi di rischio sul tavolo: «Un nuovo governo italiano, se mai si formerà, penso che potrebbe essere magari instabile, ma non necessariamente radicale o eterodosso: anche se la disciplina fiscale pare oggi fuori dall’agenda politica dei partiti chiamati a formare una maggioranza, penso che questa verrà preservata nei fatti».

Insomma, al netto degli strepiti grillini, tutti sanno che esiste un limite che non si può superare. E a dimostrarlo ci pensano le banche russe, le quali stanno vendendo bonds come se non ci fosse un domani sul mercato cinese, dove trovano costi di finanziamento minori, un modo per diversificare e soprattutto un mercato obbligazionario più stabile di quello europeo. Gli investitori cinesi, dal canto loro, comprano volentieri quelle obbligazioni perché emesse da banche di alto profilo e spesso con garanzia statale alle spalle, con rendimenti attrattivi e soprattutto esposte al mercato dello yuan.

Istituti russi come JSC Bank, Russian Agricoltural Bank e Russian Standard Bank hanno già venduto bonds per l’equivalente di 480 milioni di dollari dall’inizio dell’anno, contro i 309 dei medesimo periodo dei tre anni precedenti: persino Gazprombank OAO, ramo finanziario del gigante del gas, ha emesso un bond denominato in yuan. Standard Chartered si aspetta che il totale di emissioni si attestarà tra i 320 e i 350 miliardi di yuan (circa 52 miliardi di dollari) quest’anno, su dal record dello scorso anno di 267 miliardi di yuan.

Insomma, un insieme di tre attrattività: aspettativa per un apprezzamento monetario, ottimi rendimenti e la necessità per gli investitori cinesi di piazzare i loro yuan altrove ma al sicuro nell’attesa che la crisi dell’eurozona prenda una direzione. Poi, una quarta variabile: i ricchi investitori cinesi si sentono più tranquilli nell’offrire denaro alle banche russe piuttosto che a emittenti asiatici o europei, mentre l’emissione in yuan consente alle banche russe non solo di diversificare le loro fonti di finanziamento, ma anche di evitare una potenziale oversupply verso Europa e Usa. In uno scenario globale tale, con Ben Bernanke che martedì al Senato ha rassicurato tutti sul fatto che la Fed continuerà a fornire liquidità a go-go al sistema, c’è poco da star dietro alle fantasie di Grillo o all’arroganza da perdente di Bersani.


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