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FINANZA/ Sapelli: Italia, un’altra "mazzata" dall’Europa dei burocrati

Pubblicazione:martedì 5 febbraio 2013

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Nel 1985, quando gli Stati Uniti erano ancora un impero incontrastato, e non dimidiato come oggi, imposero nel vecchio Hotel Plaza di New York (prima che divenisse l’asettico residence che è oggi) la rivalutazione dello yen a un Giappone che era la versione industriale del turbocapitalismo finanziario di oggi. Sono passati circa trent’anni e oggi il Giappone stenta ancora a uscire dalla stagnazione che allora gli Usa gli imposero. E gli Usa, dal canto loro, cercano in tutti i modi di sostituire il keynesismo di guerra del vecchio Roosevelt con il keynesismo dello tsunami del tasso d’interesse tendente a zero e del battere moneta, alias dollaro, a manetta, come si dice in gergo, per abbassare il valore del dollaro sui mercati cambiali mondiali e favorire in tal modo le esportazioni Usa.

Piccola cosa, in verità: esse sono solo circa il 7-8 % del Prodotto interno lordo, mentre invece un dollaro svalutato aumenta il costo delle importazioni di un Paese che è il canestro della partita di basket dei beni e dei servizi che si gioca in tutto il mondo. Questo per dire che nella guerra valutaria gli Usa, a differenza di quello che dicono gli osservatori, non hanno tanto di mira l’arena del commercio mondiale, quanto invece quella del mercato interno e del costo del denaro, che vogliono rendere tendente allo zero per favorire le imprese nazionali.

E il Giappone è tutto diverso. Il ministro Abe, che ha vinto le elezioni secondo le tradizioni più alte del partito liberal-democratico nazionalista e riarmista, sottrae potere alla banca centrale, ne limita l’indipendenza, affinché stampi yen e compri divise estere (dollari ed euro) per rilanciare finalmente il Giappone nell’agone mondiale delle esportazioni. Naturalmente questo è fortemente legato al programma di armamenti che si vuol perseguire una volta modificata una Costituzione pacifista che è suicida innanzi all’aggressività crescente della Cina.

I due quarti più importanti del mondo si danno da fare. Un terzo nulla può fare, che è l’Africa e che è ben lontana dal potersi occupare del tasso di cambio o della guerra delle valute. Ma l’ultimo quarto, che è anche il più vecchio e glorioso, ossia l’Europa unificata dai trattati e dall’euro, continua a perseguire una linea tutta diversa dagli altri due quarti. Si bea, anzi, dell’alto valore dell’euro.

Ci sono economisti, generalmente quelli che stappavano champagne quando l’euro si creò, che pensano che la via dell’euro forte sia quella giusta per una crescita economica ottimale. Ce ne sono ovunque in Europa. Nessuno di loro, però, quando pensa al significato della parola ottimale la unifica sia con il concetto degli alti salari, sia con quello della piena occupazione. Per me questa è la crescita ottimale. Il problema, come è noto, è che l’unico Paese europeo che possa reggere l’alto tasso di cambio dell’euro è la Germania.


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