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FINANZA/ Francia e Germania fanno saltare l’euro?

Pubblicazione:martedì 12 marzo 2013 - Ultimo aggiornamento:martedì 12 marzo 2013, 9.48

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Stando a una valutazione del think-tank OpenEurope, l’unico alleato della Merkel sarebbe il tempo, visto che il neonato movimento anti-euro ne ha davvero poco per organizzarsi e presentare i candidati in tutto il Paese, facendosi conoscere e creandosi una credibilità: l’anno prossimo, però, si vota per il rinnovo dell’Europarlamento e lì sì che potrebbe prospettarsi una valanga. Anche perché il redde rationem non pare lontano. Nonostante la Bce abbia mantenuto fermi i tassi di riferimento, resta infatti il nodo della disoccupazione - all’11,9% nell’eurozona -, la quale per Draghi non può essere combattuta con la politica monetaria ma nemmeno attraverso il cosiddetto “contagio positivo” del rally dei mercati sull’economia reale e la crescita. «Prima o poi la Bce dovrà abbassare i tassi e muoversi forse una qualche forma di politica di allentamento quantitativo», prevede Michael Alexandrovich di Jefferies. E anche potenziali errori nella gestione dell’inflazione, a causa degli effetti distorsivi dell’aumento fiscale dovuto all’austerity, potrebbero trascinare l’Europa in uno scenario di deflazione in stile giapponese.

La pensa così Lars Christensen di Danske Bank, secondo cui «se non si fa qualcosa per aumentare l’offerta di moneta, la deflazione è alle porte. Vediamo già ora richiami a quanto accaduto in Giappone nel 1996-97». Ovvero, la vulnerabilità agli shock esterni una volta che l’inflazione si sia stabilizzata sotto l’1% per un periodo prolungato di tempo, prodromo delle crisi dell’East Asia del 1998. Oggi nell’eurozona il livello ufficiale è dell’1,3%, ma qualcuno, effetti distorsivi dell’austerity alla mano, già la vede in area 1%. C’è poi la nuova ondata di credit crunch, visto che i prestiti alle aziende nell’eurozona sono scesi di 100 miliardi di euro negli ultimi sei mesi, uccidendo le piccole aziende dell’area Sud dell’Ue. E Draghi ha escluso di ricorrere a una variante del QE posto in essere dalla Bank of England, ovvero una fornitura di scopo che pompi liquidità vincolata solo dove serve, ovvero alle imprese e famiglie.

Il problema è che con il dato degli ordinativi industriali tedeschi di gennaio a -1,9% contro la previsione del +0,6%, la recessione sta intaccando il cuore d’Europa, minando alla base la possibilità di una ripresa. In Francia, poi, la disoccupazione è al 10,6%, il massimo da quando esiste l’euro, con 3,7 milioni di disoccupati mentre la massa monetaria M1 sta conoscendo una contrazione annuale del 6,6%, una tendenza più grave di quella registrata in Spagna o Italia. L’indice della fiducia Bva, poi, lo scorso mese è crollato di 12 punti, con il 75% dei cittadini che prevede un deterioramento ulteriore dell’economia nei prossimi dodici mesi. L’economista Christian Saint Etienne è netto: «La Francia è sull’orlo dell’implosione economica. Con un settore statale che pesa per il 57% del Pil, la sua permanenza nell’Ue è impossibile».

C’è poi la questione dei debiti sovrani, anzi degli spread. Interpellato da un giornalista nel corso della conferenza stampa di giovedì scorso, Draghi ha infatti dovuto ammettere come siano ancora in discussione e tutte da scrivere le stesse regole che governeranno il programma Omt, ovvero gli acquisti illimitati di bonds a condizione che i governi accettino misure e riforme imposte dalla Bce stessa. Insomma, in caso di attacco speculativo, l’Omt non sarebbe utilizzabile e si dovrebbe operare attraverso il vecchio Smp, ovvero acquisti sul mercato secondario, con ovvio e ulteriore ampliamento del bilancio della Bce e deterioramento della qualità dello stesso.


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