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VERTICE UE/ La carta del Quirinale per sfidare la Germania

Pubblicazione:giovedì 14 marzo 2013

Giorgio Napolitano (InfoPhoto) Giorgio Napolitano (InfoPhoto)

Il nuovo Parlamento si insedia oggi nel massimo della confusione. “È una confusione normale, la classica Italian mess; o è confusione seria, vera?”, chiede l’emissario di un fondo americano arrivato per capire se conviene o no mettere i quattrini dei propri clienti nei titoli del Bel Paese. E non nasconde la propria sorpresa per le dichiarazioni dell’Ambasciatore a stelle e strisce David Thorne, il quale invita i giovani italiani a fare come il Movimento 5 Stelle. Ha ragione lui o Peer Steinbrück, sfidante socialdemocratico di Angela Merkel, secondo il quale gli italiani hanno eletto due clown, Grillo e Berlusconi? O magari hanno ragione entrambi, perché i punti di vista e gli interessi dei tedeschi e degli americani sono completamente diversi: la Germania vuole stabilità, l’America cambiamento. L’uno e l’altro, non sono gratis.

Davvero la confusione è grande sotto il cielo. Lo spread italiano si è avvicinato a quello spagnolo e torna la tensione sui mercati dei titoli pubblici. Mentre le forze politiche, quelle vecchie e quelle nuove, restano sostanzialmente autoreferenziali: tutti guardano solo al proprio ombelico e nessuno sa veramente cosa fare. Se Grillo cede alle sirene del Pd e accetta di spartire le cariche istituzionali, che fine fa il sovversivismo del suo movimento? Se Bersani dialoga con il Pdl, cogliendo l’ultimo dei numerosi inviti di Giorgio Napolitano a tenere conto degli equilibri veri usciti dalle urne, quindi del 30% di elettori che hanno votato a destra, quanti altri salteranno sul carro grillino? E Berlusconi, dopo aver salvato il salvabile, ottenuto il riconoscimento che voleva dal presidente della Repubblica, riuscirà mai ad accettare che il suo partito faccia davvero politica e non organizzi solo il servizio d’ordine attorno al capo?

Non c’è da stupirsi, dunque, se Fitch declassa il debito italiano o se i tanti ambasciatori del capitale internazionale volano via allarmati. La crisi è precipitata nell’estate 2011 per la sfiducia dei mercati. Poi s’è aggravata per la sfiducia degli italiani nei confronti dei mercati (identificando in Monti il loro inviato speciale). Il convergere di questa doppia sfiducia ha creato lo stallo attuale. Però i protagonisti si occupano d’altro. Cose importanti sia chiaro, ma nel medio periodo (la riduzione dei costi della politica, le riforme istituzionali, la stessa legge elettorale che tutti vogliono cambiare, ma ciascuno in modo diverso). Intanto, arriva il momento di fare i conti, di preparare la legge di bilancio, di presentarsi al vertice europeo con il quaderno dei compiti a casa. E i conti non sono buoni.

La recessione è peggiore del previsto, ciò incide automaticamente sulle entrate (riducendole) e sulle spese (aumentandole). Il disavanzo, dunque, cresce, anche se resta al 2,6% del Pil e c’è un surplus primario (cioè al netto della spesa per interessi) che potrebbe addirittura sfiorare il 3%. La Ue è disposta a concedere dei palliativi, tenendo conto della congiuntura. Ma è troppo poco. Sarebbe il momento di trattare un rinvio di un anno del pareggio del bilancio. La Francia, del resto, ha già detto che per lei di riequilibrare i conti non se ne parla, almeno fino al 2017.


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