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FINANZA/ 1. Bertone: sfidiamo l'Europa con una banca cattiva

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Un operatore di borsa (Foto: Infophoto)  Un operatore di borsa (Foto: Infophoto)

Non a caso, in questa cornice, sta diventando di moda l'ibrido, una forma di finanziamento alle imprese a metà strada tra il capitale azionario e l'obbligazione. Uno strumento che costa assai di più, ma ha due pregi: viene calcolato come capitale dalle agenzie di rating (quindi non fa salire il costo delle obbligazioni normali); non sposta gli equilibri azionari, quindi non comporta esborsi per i soci di maggioranza. Il guaio è che le società debbono accettare interessi ben più elevati: Telecom Italia ha chiuso un ibrido, durata 60 anni, a poco meno dell'8%.

Per carità, gli ibridi (come i derivati) non vanno giudicati farina del demonio. Quando si tratta di finanziare un'acquisizione, come accadde nel 2006 per Lottomatica/Gtech o potrebbe accadere per Fiat/Chrysler, l'ibrido presenta numerosi vantaggi, non ultimo quello di proteggere i vecchi obbligazionisti dai rischi di un'operazione non brillante. Ma il discorso cambia se il ricorso all'ibrido serve a sostituire altri canali di finanziamento o il mancato apporto nell'azionista.

Certo, il quadro è, al solito, a macchia di leopardo. I mercati mostrano di premiare le società che hanno scelto una strategia chiara di crescita. In quei casi poco importa, come dimostra il caso Generali, il costo delle azioni di pulizia. Inutile rinviare a nuovo, nella speranza di una ripresa che per ora non si vede, le inevitabili ristrutturazioni. Il balzo in avanti del Leone di Trieste, assai ben comprato in Borsa, può essere la bussola per affrontare il problema dei problemi: l'esigenza di ripulire e rafforzare il sistema bancario. 

I conti sono noti. Dopo cinque mesi di ispezioni nelle 20 banche più importanti, la Banca d'Italia ha emesso il suo verdetto: per mettere al riparo il sistema dai guasti prodotti dalla recessione, ci vogliono 21 miliardi a fronte di incagli, sofferenze e fallimenti dei clienti. Non c'è stupirsi, di fronte a una cifra così enorme, che sia cresciuta la protesta strisciante nei confronti di Ignazio Visco. Così si getta via il bambino con l'acqua sporca, tuonano i banchieri più coinvolti, cioè i piccoli e medi (Intesa e Unicredit sono, parzialmente, al sicuro). Vero, ma via Nazionale ha ottime ragioni per tener duro. Innanzitutto, la richiesta di andar a verificare la solidità delle banche italiane dopo anni di recessione arriva dal Fmi, oltre che dall'Eba. Ed è una richiesta, alla vigilia delle trattative per l'Unione bancaria che bisogna rispettare.

Ci sono ottime ragioni per rafforzare la diga delle banche alla vigilia di mesi che potrebbero essere tempestosi: 1) le banche italiane sono assai esposte (180 miliardi) sui titoli di Stato; 2) il downgrading di Fitch sul debito pubblico potrebbe, a giorni, avere un effetto cascata sui bond di Intesa e Unicredit; 3) un declassamento dell'Italia, che resta appesa alla A grazie all'agenzia canadese Dbrs, farebbe aumentare di molto il costo della provvista presso la Bce; 4) Bankitalia preme e un adeguamento degli immobili in garanzia e in portafoglio ai valori di mercato; 5) la nave già scricchiola. Accanto a istituti solidi ci sono due grandi banche (Mps e Carige) “non investment grade”, mentre cattive sorprese sono arrivate dal leasing di Ubi e del Banco Popolare. 

In questo quadro qualsiasi indugio rischia di aggravare la situazione. Per mettere il sistema in sicurezza occorrono interventi tecnici e bilancistici, ma anche il ricorso agli aiuti di Bruxelles per dare il via all'operazione pulizia: le partite incagliate devono finire, come già successo in Spagna, in una “bad bank”. 


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